Accessibility Tools
Passa al contenuto principale

Quando il problema portato in terapia è il denaro

Il denaro è spesso percepito come qualcosa di concreto, misurabile e tangibile. Innegabilmente lo è, ma è anche molto altro: quando compare come tema in terapia, raramente si presenta come una “semplice” questione economica, portando con sé una serie di significati e vissuti emotivi importanti.

“Dottoressa, è frustrante ma non riesco a scavallare questa soglia di guadagno nel mio lavoro, la mia crescita è bloccata!”

 “Vorrei essere più tranquilla nel fare spese, ma mi ritrovo continuamente a pensare se possa realmente permettermi un determinato acquisto e spesso mi sento in colpa dopo averlo fatto”

“Francamente mi sento a disagio quando la mia fidanzata insiste per pagare il conto al ristorante, faccio di tutto per evitarlo”.

“Non ho mai chiesto a mio marito quanto guadagna o quanto abbia esattamente sul conto”

“Mio malgrado, mi ritrovo spesso a chiedere dei piccoli prestiti agli amici e poi…non riesco a saldare i debiti”

L’elenco degli esempi potrebbe procedere molto a lungo, com’è facile immaginare. Parlare di soldi, in seduta, può aprire finestre su dinamiche profonde, legate all’identità, alle relazioni, al senso di sicurezza, al valore personale. Il denaro, in altre parole, può assumere un valore simbolico che si colloca su un piano diverso da quello concreto.

Il denaro come simbolo: cosa rappresenta?

Il denaro può essere considerato come un potente simbolo psichico. Non rappresenta solo ciò che si possiede o si può acquistare, ma può diventare metafora e strumento di libertà, potere, controllo; può veicolare amore, fiducia e riconoscimento, attivare emozioni quali la colpa. Ogni individuo costruisce, nel corso della propria vita, una trama di significati personali legati al denaro, influenzato profondamente dalle esperienze familiari e dal contesto culturale di origine.

Ad esempio, in una famiglia in cui il denaro era sempre scarso e fonte di ansia, può radicarsi la convinzione che “non ce n’è mai abbastanza”, generando atteggiamenti di accumulo, controllo o rinuncia. Se nel proprio albero genealogico c’è una storia di fallimento finanziario che ha avuto ripercussioni importanti, potrebbero attivarsi nelle generazioni successive meccanismi di riparazione che prendono diverse forme (per esempio iperinvestimento sul lavoro e sul guadagno). Al contrario, chi è cresciuto in un ambiente dove il denaro era associato a generosità, premi o amore, può sviluppare aspettative affettive legate al dare o ricevere soldi. 

Il denaro può quindi diventare un linguaggio emotivo, una modalità – spesso inconscia – di comunicare bisogni o regolare relazioni.

Quando i soldi fanno da specchio

In terapia, può capitare che il tema del denaro emerga in modo diretto, come nei casi sopra riportati: difficoltà a gestirlo o a parlarne apertamente, paura di spendere, senso di colpa per averne “troppo” o troppo poco. E’ interessante, a tal proposito, segnalare che in alcuni paesi anglosassoni si sta affermando la figura professionale del terapista finanziario1: quando la richiesta di aiuto psicologico riguarda in modo diretto una difficoltà o obiettivo di crescita personale legato al denaro, il professionista a cui ci si può rivolgere è uno psicologo che ha una formazione anche in ambito finanziario, per aiutare la persona a gestire il denaro in modo più efficace e consapevole, passando attraverso l’esplorazione degli aspetti emotivi e cognitivi (soprattutto pregiudizi e credenze) legate ai soldi. 

Altre volte in terapia la questione economica fa capolino più velatamente, come sottofondo di conflitti relazionali, scelte professionali o ansie esistenziali. In questi casi più che mai, il denaro non è il “vero” problema, ma lo specchio attraverso cui si riflettono temi più profondi: l’autonomia, la dipendenza, il potere, l’autostima, il senso di sé.

Spesso, lavorare su questi aspetti significa ripercorrere la propria mappa emotiva e relazionale: cosa ho imparato sul denaro da piccolo? come veniva vissuto in casa? era motivo di discussione, di vergogna, di orgoglio? che ruolo ha nella mia vita oggi? 

Le risposte a queste domande offrono elementi preziosi per il lavoro terapeutico, per mettere a fuoco significati e convinzioni che, silenziosamente, influenzano le scelte quotidiane, a volte generando blocchi o sofferenze. Il passo successivo potrebbe essere chiedersi “alla luce di questi vissuti e convinzioni, cosa significherebbe per me oggi riuscire a… guadagnare di più/accogliere con tranquillità e riconoscenza un regalo/fare un investimento finanziario?” 

Denaro, identità e cultura

Il significato del denaro è, evidentemente, anche culturalmente determinato. In alcune culture è considerato un segno di successo e valore personale, mentre in altre può essere vissuto con sospetto o pudore. Allo stesso modo, il genere, l’età, il livello socioeconomico e il ruolo sociale influenzano le aspettative rispetto a come “dovremmo” usare o pensare i soldi

E’ interessante a tal proposito, osservare come ci sia una differenza di genere rilevante rispetto agli investimenti finanziari: le donne investono la metà degli uomini,2 e questa minore propensione al rischio (nonché all’investimento su di sè?) e alla “manipolazione” del denaro può essere letta rispetto al potere e all’autonomia, dimensioni nelle quali le donne mostrano ancora una certa vulnerabilità. Sentirsi autorizzate e capaci di muoversi in territori per lungo tempo ad appannaggio esclusivo degli uomini, è una conquista ancora in corso. Del resto, se pensiamo che in Italia le donne hanno ancora stipendi più bassi degli uomini e che hanno potuto aprire un conto corrente autonomo senza bisogno del consenso del marito o del padre solo a partire dal 1975, grazie alla riforma del diritto di famiglia, diventa tutto più chiaro. Questi condizionamenti, spesso interiorizzati in modo non consapevole, però (e per fortuna), possono entrare in conflitto con i desideri autentici della persona, generando disagio o senso di inadeguatezza, e aprendo quindi le porte alla possibilità del cambiamento e, ove necessario, della richiesta di un aiuto specialistico.

In terapia, esplorare questi intrecci tra storia personale e influenze culturali può aiutare a ristrutturare il proprio rapporto con il denaro, liberandolo da significati rigidi, anacronistici o dolorosi. 

Il denaro in terapia

Quando il denaro entra nella stanza della terapia, lo fa portando con sé una fitta rete di significati emotivi, relazionali e simbolici. Accoglierlo come oggetto di esplorazione psicologica permette non solo di affrontare meglio le difficoltà economiche, ma anche di scoprire aspetti profondi di sé, spesso inconsapevoli. In questo senso, parlare di soldi in terapia non è solo possibile, ma può diventare un’opportunità di trasformazione e crescita.

Se senti che il tuo rapporto con il denaro è fonte di ansia, disagio o difficoltà relazionali, puoi contattarmi: ti aspetto!

  1. Vicky Reynal. I soldi nella mente. La psicologia dietro le nostre scelte finanziarie. Mondadori (2025) ↩︎
  2. Marco Capponi. Il gender gap del risparmio: ecco perchè in Italia le donne che investono sono la metà degli uomini. Milano Finanza (1 aprile 2015) ↩︎

La mediazione familiare: per una separazione “condivisa”

La mediazione familiare è un intervento professionale di cui può usufruire la coppia separata o in via di separazione, qualora espliciti il bisogno di un tempo e di uno spazio appositi per pensare alla riorganizzazione familiare. Durante il percorso, i partner sono incoraggiati e guidati dal mediatore -terzo neutrale- ad elaborare gli accordi che meglio soddisfino i bisogni di tutti i membri della famiglia, con particolare riguardo all’interesse dei figli. L’obiettivo dell’intervento è dunque molto concreto: la messa a punto di un progetto di riorganizzazione delle relazioni genitoriali e degli aspetti materiali dopo la separazione o il divorzio. Gli accordi presi in sede di mediazione dovranno poi essere presentati al giudice per la ratifica ufficiale necessaria.
La Mediazione Familiare si propone quindi come una nuova e specifica risorsa volta a sostenere i genitori in conflitto durante la fase della separazione e del divorzio. Non a caso, nasce e si sviluppa in un contesto storico-sociale nel quale la co-genitorialità rappresenta un ideale da raggiungere, e la giurisprudenza (legge 54/2006) stabilisce l’affido condiviso come modalità elettiva di affidamento, dando al giudice il compito di valutarla prioritariamente.

Relativamente agli aspetti relazionali, i temi più frequentemente discussi sono:
l’affidamento dei figli, l’analisi dei bisogni di genitori e figli, la continuità genitoriale, il calendario delle visite del genitore non affidatario, le vacanze, la regolazione dei tempi e dei modi di frequentazione tra i figli e i componenti delle famiglie d’origine, le scelte educative, la comunicazione della separazione ai figli, la comunicazione tra i genitori, la relazione con gli eventuali nuovi compagni dei genitori, problematiche legate alla famiglia ricostituita, ecc….

Rispetto alle questioni economiche, invece, risultano oggetto di negoziazione tematiche quali:
l’assunzione degli impegni economici per i figli, la determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del partner, l’assegnazione della casa coniugale, la divisione dei beni comuni, ecc….

E’ importante sottolineare che, in ogni caso, è la coppia che sceglie le problematiche da negoziare e gli accordi. In altre parole, il mediatore è responsabile del processo che dirige, ma non dei suoi contenuti, in quanto l’obiettivo più importante è che i due ex-coniugi si riapproprino delle proprie competenze genitoriali e decisionali, senza deleghe. Solo così gli accordi presi avranno la possibilità di resistere alla prova del tempo, in quanto realmente condivisi. Troppe, e troppo dolorose per tutti gli attori coinvolti, le storie di separazioni giudiziali, o consensuali che – poggiando su una conflittualità sottovalutata- non reggono la prova del tempo e il confronto con la realtà.
Vorrei invitare a riflettere sui vantaggi che, invece, possono derivare dal seguire un percorso di mediazione familiare. Innanzitutto a livello individuale:
1. maggior stima di sé e dell’altro
2. espressione delle emozioni ed elaborazione del lutto della separazione
3. ridefinizione della propria identità personale
4. analisi delle conseguenze personali derivanti dalla separazione.
Inoltre, a livello relazionale:
1. miglioramento delle capacità comunicative al di là del conflitto
2. riconoscimento dei bisogni di genitori e figli
3. continuità genitoriale e responsabilizzazione del reciproco ruolo genitoriale
4. possibilità di elaborare gli accordi autonomamente (senza deleghe all’autorità giudiziaria) e in modo paritario (senza imposizioni del genitore economicamente o emotivamente più forte).
Infine c’è l’importante e inestimabile vantaggio di vedere tempi e costi (economici ed emotivi) ridotti rispetto alle lunghe e dolorose controversie giudiziarie.

Inoltre, una mediazione ben riuscita svolge anche una funzione preventiva rispetto a future conflittualità, in quanto si propone come luogo di acquisizione, potenziamento e sperimentazione delle capacità negoziali della coppia: quando emergeranno esigenze e circostanze diverse da quelle iniziali (il che è inevitabile, dato che anche il ciclo di vita della famiglia separata va avanti), i due ex-partner saranno in grado di trovare nuove soluzioni autonomamente, con flessibilità.
Un’ultima riflessione riguarda la tangenzialità della mediazione familiare rispetto ad altri tipi di intervento, da cui peraltro si distingue per una serie di importanti aspetti. In particolare, la mediazione
1) non è una terapia
in quanto è centrata sul presente e sul futuro piuttosto che sul passato, sebbene utilizzi alcune competenze e strategie proprie del setting clinico. Inoltre, è un intervento molto strutturato, circoscritto nel tempo (in genere si articola in 8-10 sedute) e con obiettivi pre-definiti (il raggiungimento di accordi specifici, elencati nel “contratto di mediazione” sottoscritto dal mediatore e dai due partner prima di aprire la fase negoziale).
2) non è una consulenza tecnica
in quanto non si pone l’obiettivo di fornire al giudice informazioni sui rapporti esistenti tra il minore e i genitori, né di definire quale sia il migliore genitore affidatario, per cui non produce diagnosi sulle figure genitoriali, né di tipo psichiatrico, né psicopatologico, né relazionale. In altre parole, manca nella mediazione l’aspetto valutativo-diagnostico;
3) non è una consulenza psicologica, né legale
in quanto il mediatore non elargisce consigli, bensì stimola e guida i due partner alla ricerca di opzioni e soluzioni adeguate.

________________________________________

“La separazione non è tanto un’opera e un lavoro individuale,
quanto piuttosto un’impresa di coppia.
Come insieme le persone si sono legate,
così insieme hanno il compito di separarsi” (V. Cigoli)

Estate: il malessere va in vacanza?!

In occasione dell’arrivo dell’estate le richieste di aiuto psicologico aumentano, un po’ come in prossimità del Natale. Mi ritrovo a fare questa constatazione da anni ormai e vorrei, allora, soffermarmi un po’ sull’esplorazione di questo fenomeno, apparentemente poco comprensibile e controintuitivo: come dire, ma è possibile star male proprio quando c’è l’opportunità di rilassarsi, fermarsi un po’, prendersi del tempo, divertirsi?! La risposta è: sì, eccome! Ma vediamo perché…Per farlo, però, dobbiamo entrare nel mondo delle ambivalenze, di cui si nutre la nostra vita quotidiana e la nostra psiche, a dispetto dell’affannoso tentativo di mettere ordine in modo coerente a tutte le emozioni che ci abitano.

E’ assolutamente vero che con l’arrivo della stagione estiva aumentano virtualmente le possibilità di godere di aspetti rivitalizzanti, a cui è più difficile dare pari spazio in altri periodi dell’anno: passeggiate, sport e serate all’aria aperta, contatto con la natura, giornate di ferie da dedicare al relax, ai viaggi, alla cura delle relazioni sociali e degli affetti. Dunque in estate possono esserci le condizioni ideali per ricaricarsi e prendersi cura di sé.

E’ però altrettanto vero che, spesso, avviene proprio il contrario: fermandosi emergono crisi e stati emotivi negativi tenuti sotto soglia durante l’anno, per cui tutto si fa tranne che ricaricarsi e prendersi cura di sé! E’ un po’ come correre, specie se al di sopra delle proprie possibilità: finché si continua a farlo, nonostante si avverta la fatica, il dolore muscolare non esplode, ma quando ci si ferma il corpo diventa pesante, dolorante…aumenta la capacità di “sentirsi”, si entra in contatto con le proprie fragilità ed emozioni spiacevoli, coperte dalla fatica durante la corsa. In altre parole, la routine degli impegni lavorativi e domestici ci stanca spesso terribilmente, è vero, ma contemporaneamente ci protegge dalla possibilità (che è ovviamente un’opportunità, non solo un rischio!) di ascoltarci. E quando poi arriva l’estate…

Vediamo quali sono le situazioni che (ri)attivano il disagio o malessere psicologico a cui la pausa estiva può fare da cassa di risonanza:

  • Difficoltà economiche: nel momento in cui aumenta il desiderio di riposo e svago si percepiscono in modo più forte i limiti posti da una condizione economica precaria o comunque discrepante rispetto alle proprie aspettative e desideri. Può capitare di ritrovarsi o sentirsi costretti a non partire per un viaggio tanto desiderato o di avvertire forte il “gap” con il proprio gruppo di amici, o con i propri obiettivi e progetti di sviluppo professionale, etc. Insomma aumenta il senso di frustrazione che può portare con sé sentimenti di inadeguatezza, rabbia e depressione. 
  • Difficoltà relazionali: in estate aumentano virtualmente le occasioni di incontro sociale, il che porta a galla eventuali difficoltà presenti nell’area delle relazioni. Ci si trova più esposti e in condizioni meno strutturate. Questa condizione può essere una dura prova per chi soffre di stati ansiosi, fobia sociale, o grande timidezza e “goffaggine” nelle relazioni. Può capitare di ritrovarsi soli, laddove nella routine, invece, ci sono contesti (quali università, lavoro, palestra) che favoriscono l’incontro con i pari fornendo un contesto condiviso facilitante.
  • Depressione e altri disturbi psichici: a volte il malessere viene coperto o comunque tenuto a un livello “accettabile” dal lavoro e dall’(iper)attività in cui si è immersi nella routine. Quando poi tutto intorno si ferma e magari diminuiscono le risorse relazionali a disposizione (colleghi e persone care che vanno in vacanza, eventuali percorsi terapeutici, assistenziali o riabilitativi che riducono la propria frequenza), come si suol dire con una nota metafora, i nodi vengono al pettine. L’isolamento in cui ci si ritrova può amplificare vissuti depressivi, pensieri paranoici o ossessivi, angosce. Non è raro, infatti, nella mia esperienza, ricevere richieste di inizio di terapia o di intervento domiciliare connotate da una certa “urgenza” proprio a ridosso della pausa estiva. Ci si sente più esposti e a rischio e ci si attiva, per lo più in cerca di un contenimento, di una relazione che possa cioè svolgere questa funzione.
  • Crisi di coppia: se ci sono dei non detti o delle aree delicate nel rapporto di coppia è quasi certo che vengano sollecitate dall’arrivo dell’estate. Decidere la destinazione per le proprie vacanze e come organizzarle chiama in causa tante questioni: bisogna negoziare tenendo conto dei bisogni di tutti i membri della famiglia, muoversi attraverso i vincoli di lealtà che legano i due partners alle proprie famiglie d’origine e agli amici, etc. Inoltre, l’arrivo dell’estate mette la coppia di fronte alla possibilità (e quindi eventuale difficoltà) di dedicarsi un tempo di svago, piacere e cura: un’intimità che può essere un toccasana, a lungo desiderata, oppure…temuta! Ritrovarsi così vicini e lontano dalla routine, se ci sono dei rancori o temi irrisolti, può essere “rischioso”. Non è raro, infatti, che, come si dice con un’espressione scherzosa, le coppie scoppino proprio nel periodo estivo. Inoltre, per quelle separate, l’arrivo delle vacanze spesso riattiva il conflitto sulla gestione dell’affidamento dei figli. Insomma, l’estate non è per la coppia necessariamente sinonimo di relax.
  • Familiare malato: per chi si ritrova ad avere un familiare che sta male (per le più disparate ragioni: problemi psichici, Alzheimer, malattie organiche degenerative oppure oncologiche in stato avanzato) o comunque non autosufficiente perché anziano, l’arrivo dell’estate è un grande stress. Bisogna decidere come gestire la situazione, trovare un equilibrio tra istanze diverse, tutte da ascoltare: il bisogno di assistenza e cura del proprio familiare e quello proprio di relax, i vincoli economici, il senso di colpa, il desiderio di presenza e sostegno. Inoltre, come se non fosse già estremamente complesso posizionarsi tra queste diverse spinte ed elementi, spesso si aggiunge la variabile del conflitto familiare: si discute su chi debba sacrificarsi di più o di meno, possono tornare a galla vecchie storie, differenze di trattamento, gelosie, rivendicazioni…

Insomma, l’arrivo della pausa estiva può essere una grande opportunità di ricarica e cura di sé ma, in alcuni casi, anche un periodo estremamente faticoso e delicato. Per chiuderla con una battuta: a volte ci vorrebbe una vacanza per riprendersi dalla vacanza! Volendo, invece, tornare seri: è comprensibile che, in alcune situazioni, ciò che il periodo estivo porta con sè tocchi corde sensibili della salute psichica della persona e, se ciò avviene e la fatica emotiva che si avverte sembra eccessiva, è utile rivolgersi a un professionista della salute mentale.

La terapia online: quando, come e perché?!

Incontrarsi e avere scambi comunicativi nello spazio virtuale messo a disposizione da diverse piattaforme online, è oramai esperienza comune e quotidiana per la maggior parte di noi, tanto in contesti formali quanto informali: ci si videochiama tra amici e parenti, si riceve assistenza tecnica con aziende e Pubbliche Amministrazioni via chat, si fanno riunioni di lavoro via Zoom, etc.

Se consideriamo che già dieci anni fa, dunque ante-covid e prima del boom dell’AI, alcuni dati (Presidenza del Consiglio dei Ministri, 2015) rilevavano che ben 11 milioni e mezzo di utenti in Italia faceva ricerca sulla propria salute online, possiamo avere un’idea di quale possa essere la situazione attuale e della ricaduta nell’ambito della salute mentale. Essere reperibili su internet per un terapeuta vuol dire rendere più accessibili i propri servizi e, allo stesso tempo, poter raggiungere più facilmente l’utenza. Questo diventa ancora più evidente quando è lo stesso servizio offerto ad essere online.

Consulenza psicologica e terapia online

Basta fare un giro sulla rete per rendersi conto di quanto sia ormai diffusa l’offerta di consulenza psicologica e psicoterapia online, sia da parte di singoli professionisti che di piattaforme appositamente nate per rendere questo servizio. Parallelamente allo sviluppo delle nuove tecnologie e alla conseguente maggiore familiarità che ciascuno di noi, volente o nolente, ha preso con i mezzi informatici, c’è stata un’evoluzione anche nel settore dei servizi psicologici: fino a qualche tempo fa, questa prassi era vista con sospetto dagli stessi professionisti, abituati a un setting e contatto vis-a-vis, mentre ultimamente è entrata a pieno titolo tra le possibili modalità in cui “incontrare” l’utenza e prendersene cura, tanto che il Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi ha stilato delle specifiche linee guida.

Quando è utile Skype in una psicoterapia

Personalmente, ho iniziato ad avvalermi di Skype diversi anni fa, prima del covid, come possibile risorsa in percorsi di terapia già avviati. Mi spiego meglio: all’epoca non iniziavo terapie online sin dalla prima seduta (ossia con persone che non avevo mai conosciuto e seguito vis-a-vis), bensì utilizzavo Skype in specifici momenti del percorso per continuare a seguire la persona che “non può” essere fisicamente presente a studio. In linea generale, considero questa la situazione in cui la scelta della modalità online è più “indicata” e in un certo modo “meno faticosa”, nel senso che gli elementi della comunicazione e della decodifica relazionale che mancano o sono più ambigui nella modalità a distanza, possono essere “compensati” dalla conoscenza dell’altro, dall’aver una sorta di base sicura e codice di decodifica costruito attraverso la precedente relazione in presenza.

La durata della fase online della terapia non è definibile a priori, può essere più o meno prolungata, a seconda del caso. In altre parole, faccio sempre una valutazione clinica che deve dare sostegno e significato terapeutico alla scelta della modalità online in quel particolare momento della terapia e per quella specifica persona.

In linea generale, posso dire che la modalità online:

  • non può essere un sostituto/equivalente dell’incontro vis-a-vis;
  • può essere un prezioso strumento per mantenere la relazione terapeutica in periodi in cui raggiungere lo studio del professionista non è possibile o è estremamente “faticoso” (es: sintomi psicologici invalidanti, impedimenti fisici, trasferte/trasferimenti, etc.)

Più volte ho utilizzato Skype per proseguire terapie già avviate con giovani studenti (per esempio durante un periodo di Erasmus o nella delicata fase di rientro a casa dopo la laurea) o con lavoratori mandati dalla propria azienda in trasferta per brevi periodi. 

In ogni caso, la crescente confidenza che negli ultimi anni tutti noi abbiamo preso con le modalità a distanza, hanno spinto anche me ad una maggiore “flessibilità”, nel senso che attualmente non escludo la possibilità di condurre una intera terapia online (Skype è andato sullo sfondo per lasciare spazio ad altre piattaforme, come Meet), ovviamente previa valutazione del caso, ossia del senso e dei “vantaggi” psicologici che questa comporta rispetto ad un percorso in presenza, magari con un terapeuta diverso da me, se la persona si trova lontana dal mio studio.

Come si svolge una terapia online?

Rispetto al setting temporale cambia poco: le sedute hanno la durata di circa 50 min, e avvengono a un orario (possibilmente fisso) con cadenza regolare (solitamente settimanale).

Attraverso il supporto della piattaforma utilizzata (Meet/Zoom) paziente e terapeuta possono parlarsi e vedersi.

Dunque…cosa cambia?!

Cosa cambia in una terapia online rispetto ad una terapia “standard”

Beh, inutile dirlo, la comunicazione avviene “a distanza”, attraverso uno schermo, che “filtra” lo scambio. Il sensoriale e il non verbale sono accessibili solo in parte.

La mancanza di un contatto fisico (penso per esempio, banalmente, alla stretta di mano con cui spesso ci si saluta a inizio e fine seduta), così come di informazioni olfattive o in parte visive (generalmente l’inquadratura è limitata al volto, per cui non si può per esempio apprezzare la postura o particolari movimenti della persona), la facilità con cui si incontra l’altro (senza la “fatica” e la “preparazione” del recarsi fisicamente a studio), sono tutti elementi che possono rendere “meno coinvolgente” l’incontro, smorzandone in parte l’impatto emotivo.

Lo stesso terapeuta deve prestare maggiore attenzione e impegno per immergersi adeguatamente nello scambio, sentire la presenza e le emozioni del paziente “come se” si trovasse in stanza. Inoltre, a seconda dell’approccio e del modello teorico che utilizzata, può trovarsi di fronte ad alcune “limitazioni tecniche”.

Nel mio caso, per esempio, alcuni “strumenti” a cui ricorro abitualmente a studio, e che sono parte integrante e arricchente di un percorso sulle relazioni familiari, non sono altrettanto facilmente utilizzabili a distanza: il lavoro sul genogramma, oppure con le foto, così come con le sculture, sono momenti esperienziali che si alimentano di una emotività e fisicità che hanno bisogno dell’incontro vis a vis con il terapeuta.

Un’altra differenza, interessante e utilizzabile ai fini del lavoro terapeutico, è che la persona fa in un certo senso entrare il terapeuta dentro il proprio spazio domestico: è come se aprisse una finestra sulla propria realtà quotidiana e intimità. Certamente questo implica anche che è necessaria una maggiore collaborazione tra paziente e terapeuta per tutelare il setting e, per esempio, proteggerlo da eventuali intrusioni.

Per il resto, tutto si svolge come in una seduta classica e, soprattutto, diversi studi dimostrano che tra terapia on line e in presenza non vi è differenza in termini di efficacia.  

Quando non è opportuna una terapia online?

Premesso che non esprimo alcun giudizio negativo sui numerosi colleghi che effettuano terapia esclusivamente online (riferendomi a quanti lo fanno, ovviamente, con un pensiero clinico attento e un’etica professionale), ribadisco che la mia attuale scelta professionale è un’altra: la terapia online solo in specifici momenti del percorso, o in situazioni in cui la valutazione del caso porta a ritenerla preferibile a quella in presenza.

Tentando una semplificazione, alcune situazioni in cui ritengo non opportuno l’utilizzo di Skype sono:

  • setting di terapia familiare (per via della complessità relazionale, difficilmente “gestibile” dal terapeuta a distanza);
  • psicopatologie gravi che richiedono una presenza e conoscenza del terapeuta rispetto al territorio di appartenenza del paziente (per eventuale lavoro di rete con i servizi, incontri con i familiari, etc.);
  • persona che richiede la modalità on line esclusivamente per “comodità” (di tempo e organizzazione).

Nonostante, come ovvio, le situazioni vadano sempre valutate caso per caso, in linea generale non è predittivo di un buon lavoro terapeutico cercare delle “scorciatoie”: credo che la terapia passi anche attraverso la “fatica” dell’incontro autentico e completo con il terapeuta in carne e ossa. Il tempo necessario a raggiungere lo studio è un tempo di preparazione che dà senso e valore al movimento che si sta compiendo, che lascia spazio alle emozioni dell’attesa e poi dell’elaborazione. In una società che ci vuole efficienti e onnipresenti ma in modo frammentato e virtuale, la psicoterapia batte un altro tempo: è il tempo dell’essere, della presenza.

In questa cornice, nelle situazioni che lo rendano utile senza mirare ad una sostituzione del reale, la modalità online rappresenta una preziosa risorsa: il percorso terapeutico in precedenza svolto da terapeuta e paziente permetterà loro di “aggirare” alcune limitazioni del virtuale e vivere con maggiore pienezza l’incontro terapeutico.

Il tradimento nella coppia: una ferita di cui prendersi cura

“La fiducia racchiude in sé il germe del tradimento”, diceva lo psicoanalista James Hillman, come a sottolineare che affidarsi porta con sé non solo la possibilità di una esperienza relazionale profonda, una spinta rivitalizzante e progettuale, bensì anche il rischio di una delusione dolorosa. E’ da mettere in conto. Dico infatti spesso ai miei pazienti, sorpresi o spaventati per l’ansia e i pensieri negativi “stranamente” associati alla gioia di un legame in fase di avvio o che si consolida, che ciò è assolutamente “normale”: legarsi ri-attiva facilmente i fantasmi dell’abbandono e della separazione. Riuscire a tollerarli permette alla relazione di crescere e fiorire, con l’imprescindibile nutrimento della fiducia reciproca. Com’è facile immaginare, però, il processo di sviluppo della coppia in qualche modo si interrompe e subisce un trauma se i fantasmi diventano realtà, quando cioè il tradimento entra davvero nella relazione, minandola.

Che significa “tradimento”?

Ciò che viene attaccato e messo in crisi nella coppia con il tradimento è il “noi”, l’appartenenza, l’esclusività del rapporto su cui i partner hanno fondato (spesso implicitamente) il proprio patto, legandosi. Il tradimento è dunque per sua natura un atto relazionale, in cui a essere deluse, e quindi tradite, sono fiducia e aspettative.

Se andiamo a esplorare l’etimologia della parola, troviamo un significato interessante che ne sottolinea la valenza negativa: deriva dal latino “tradére” che vuol dire “consegnare”, in riferimento alla tradizione evangelica nell’ambito della quale Gesù viene consegnato ai Romani, quindi tradito da Giuda.

Eppure, facendo lo sforzo di prendere le distanze dal nostro sistema valoriale e dalle emozioni negative e dolorose inevitabilmente associate all’esperienza del tradimento, è possibile rileggerlo come una comunicazione, nel caso di quello coniugale un messaggio che la coppia (per mano del fedifrago) manda a se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio: qualcosa non va più come prima, c’è bisogno di una ridefinizione!

Cambiando scenario relazionale, possiamo forse con minore fatica individuare una funzione evolutiva nel tradimento. Spostiamoci per esempio dalla relazione di coppia a quella genitori-figli: possiamo immaginare come senza alcuna esperienza di trasgressione (ossia di “uscita” dai limiti definiti nella relazione, e quindi di “tradimento” della fiducia dei genitori) l’adolescente perderebbe delle vitali esperienze di crescita, di esplorazione e confronto con i propri limiti e con i pari, di apprendimento. Aggiungiamo dunque un importante elemento alla descrizione del fenomeno: il tradimento, come ogni comportamento, nasce sempre da un bisogno.

Gli “effetti” del tradimento nell’individuo e nella coppia

Ovviamente l’impatto del tradimento è diverso e più intenso quando riguarda la sfera della relazione di coppia, proprio per quel patto di esclusività che ne regola solitamente il funzionamento.

A LIVELLO INDIVIDUALE

Vengono spesso rilevati nel tradito malesseri e sintomi che richiamano la sindrome post traumatica da stress, tanto che gli americani parlano di “Post Infidelity Stress Disorder”: la persona tende a rivivere ripetutamente il trauma (per esempio la scena del momento in cui ha scoperto o le è stata rivelata la verità, oppure torna in modo ossessivo a rivisitare con la memoria le situazioni precedenti alla scoperta/svelamento, in cui veniva presumibilmente ingannata, etc.), può sperimentare apatia, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza e perdita di sonno. E’ facile che il partner tradito percepisca un attacco all’immagine di sé: l’autostima può iniziare a vacillare. Rabbia, gelosia, odio e senso di abbandono, sono alcune delle reazioni emotive più comuni.

Anche il traditore può vivere emozioni spiacevoli: senso di colpa, vergogna e paura (per esempio di essere scoperto e dare voce alla crisi di coppia). Lo stress della famosa “doppia vita” ha a che fare con la fatica che compie chi, come un bulimico, aggiunge al peso del sintomo il fatto di sentire di doverlo tenere segreto…Ebbene sì, il tradimento può essere inquadrato proprio come un sintomo!

A  LIVELLO DI COPPIA

Nella relazione di coppia il tradimento, evento traumatico, viene spesso percepito come uno “spartiacque” nel quale prendono forma un “prima” e un “dopo”. In quanto sintomo segnala che qualcosa non va, urge una ridefinizione: la crisi sottostante diventa visibile, c’è un’aggressione in grado di frantumare il rapporto o di dare l’avvio a una re-visione dello stesso.

Come per ogni evento traumatico, la sua elaborazione richiede di “attraversare” emozioni spesso molto spiacevoli e a tratti destabilizzanti: si tratta di riconoscere, esprimere, accogliere e trasformare la rabbia, il dolore, la delusione…prendersi cura di una ferita che può essere profonda.

La terapia di coppia

Partiamo da una considerazione che può, a torto, sembrare pessimista: è difficile pensare a una relazione di coppia immune dall’esperienza del tradimento. Specie se lo intendiamo in senso lato e non strettamente sessuale o sentimentale (distinzione su cui, tra l’altro, uomini e donne si trovano spesso in disaccordo): a un certo punto, quasi inevitabilmente, ci si trova di fronte a una delusione, il partner non aderisce più al 100% alle proprie aspettative, tradisce il patto del “per sempre”… Potrebbe per esempio iniziare a dedicare più spazio al lavoro o alla vita sociale individuale, oppure “far entrare” eccessivamente la propria madre nel rapporto di coppia. In ogni caso tradisce le aspettative (necessariamente in parte illusorie) su cui il legame si era fondato agli inizi. La coppia ha allora bisogno di un nuovo equilibrio, in gergo psicologico diciamo di ri-negoziare il patto, utilizzare la crisi come spinta propulsiva per uscire dallo stallo del circuito della delusione.

Quando poi il tradimento è di natura sessuale e/o sentimentale la ferita può essere ancora più dolorosa, diventa necessario prendersene cura.

La terapia di coppia è una importante risorsa in questi casi, così come in ogni situazione in cui la relazione ha perso la propria vitalità, i partner cominciano a comportarsi diversamente e circolano emozioni e pensieri negativi. La stanza di terapia diventa un luogo “protetto” in cui dare spazio alle emozioni negative e al conflitto che può derivarne, ma soprattutto dare l’avvio al necessario processo di attribuzione di senso all’evento (spesso illusoriamente percepito come inatteso, scisso dal resto della storia, o di totale responsabilità del fedifrago). I partner hanno bisogno di collocare il tradimento all’interno della propria peculiare storia, comprendere “come mai ora”, e dunque guardarsi l’un l’altro e guardare la propria relazione sia nel presente che nel suo evolversi nel tempo: come si sono conosciuti e su cosa si sono legati? quali sono stati i passaggi critici della loro relazione nel tempo? come e con quali risorse li hanno affrontati? esiste ancora una progettualità di coppia? e in tutto ciò che influenza hanno avuto e hanno le rispettive famiglie di origine e il modello di coppia che ciascun partner si porta dietro? Queste sono alcune delle aree tematiche da esplorare con la guida del terapeuta, terzo neutrale, facilitatore della comunicazione nella coppia. Un passaggio importante è far recuperare ai partner uno sguardo circolare, ossia la consapevolezza che il tradimento ha due protagonisti che, in qualche modo, hanno collaborato entrambi alla rottura del patto. Comprendere il contributo di ognuno e l’incastro relazionale su cui il tradimento è nato è essenziale per procedere nel lavoro terapeutico. Attenzione, non è detto che questo porti necessariamente alla “riconciliazione”, ossia che la coppia trovi una nuova armonia. E’ possibile che i partner si muovano poi verso una separazione. In ogni caso, si tratta di una nuova definizione della relazione, di una uscita dallo stallo della crisi segnalata dal tradimento.

Per chiudere con una frase di Aldo Carotenuto: “Se il tradimento destabilizza è perché qualche cosa si ricrei”.

Lo psicologo a scuola: cosa può fare e come

Uno dei contesti in cui il contributo dello psicologo è sempre più necessario e prezioso è indubbiamente la SCUOLA: luogo affettivo e sociale in cui i ragazzi crescono e vivono oltre che “imparare” e in cui il loro disagio può quindi prendere forma e spazio, ma anche sistema con le proprie regole, obiettivi e organizzazione al cui interno devono trovare collocazione – alla ricerca di un sano e complesso equilibrio – i diversi membri di cui è composta e che le gravitano attorno (alunni, docenti, dirigenti, personale ata, genitori, etc.), nonché istituzione profondamente colpita da anni di politiche disattente.

I possibili livelli di INTERVENTO sono molteplici:

  • individuale (sportelli di ascolto rivolti ad alunni, insegnanti, genitori);
  • gruppo classe (laboratori espressivi, progetti di alfabetizzazione emotiva, integrazione, prevenzione al bullismo, condotte adolescenziali a rischio, etc.);
  • corpo docente (corsi di formazione su comunicazione efficace, didattica inclusiva, psicopedagogia, disturbi dello sviluppo, BES, prevenzione burn-out etc.);
  • gruppo genitori (corsi di formazione su DSA, disturbi dello sviluppo, etc.);
  • sistemico (progetti multi-livello che prevedono cioè un intervento indirizzato a diversi livelli del sistema-scuola, con un focus sulla relazione tra genitori, insegnanti e alunni).

Se pensiamo al disagio presente negli alunni, l’opportunità di intervento a scuola è legata a diversi fattori:

  • innanzitutto c’è un’emergenza importante per quanto riguarda l’incidenza e la pericolosità delle condotte patologiche. Per dare un’idea: l’anoressia-bulimia colpisce circa 200mila ragazze ed è la prima causa di morte nelle adolescenti tra i 12 e i 25 anni, gli incidenti stradali la seconda e gli «agiti autolesivi» la terza (dati Istat); il 16% degli undicenni consuma abitualmente alcol; aumentano gli atti di bullismo a scuola, coinvolgendo un adolescente su cinque (ricerca svolta nell’ambito del progetto comunitario E-Abc Antibullying Campaign).
  • inoltre, molte condotte patologiche e disagi presenti in bambini e ragazzi, nonché gli stessi disturbi dello sviluppo, hanno una forte matrice relazionale e contestuale, per cui è importantissimo agire nella scuola in cui si manifestano e alimentano (e a volte insorgono).

Esiste però anche un sempre più forte disagio degli insegnanti, a volte schiacciati e scoraggiati dalla crescente burocratizzazione del loro ruolo e dalla mancanza di investimenti e riconoscimento sociale, spiazzati dal venir meno del patto di fiducia con le famiglie, in difficoltà nella gestione di classi e alunni “nuovi”, sempre più “interattivi” o portatori di Bisogno Educativi Speciali cui far fronte in modo competente. Insomma, le sfide per gli insegnanti di oggi sono numerose e il possibile contributo di uno psicologo prezioso per:

  • trasformare le spinte oppositive che si generano più o meno consapevolmente (sotto forma di insoddisfazione, passività, atteggiamento critico e distruttivo, creazione di sottogruppi e coalizioni, etc.) attraverso la promozione di senso di appartenenza e collaborazione tra colleghi;
  • allenare le competenze relazionali trasversali (tecniche di comunicazione efficace da “spendere” nella relazione con colleghi, dirigente, alunni, genitori, etc.);
  • fornire strumenti di intervento (tecniche di didattica inclusiva, pedagogia speciale per DSA, etc.) e lettura del contesto e del disagio che diano un senso di autoefficacia agli insegnanti.


C’è anche un disagio dei genitori, nella gestione delle problematiche dei figli e nel rapporto con la scuola, spesso eccessivamente delegata del ruolo educativo e poi attaccata.

Personalmente, in virtù di ciò che vedo quando guardo il mondo della scuola e del tipo di richieste che mi giungono, credo che i progetti multi-livello siano i più efficaci, perché in grado di rispondere alla complessità del sistema, mettendone in relazione i “pezzi”: i genitori devono sì fare gruppo e conoscere più da vicino le problematiche dei figli, ma anche rapportarsi adeguatamente con la scuola, fare squadra con gli insegnanti per proporsi in termini coerenti e affidabili ai ragazzi; gli insegnanti dal canto loro, oltre a superare i sottogruppi tra colleghi e trovare strategie efficaci di gestione della classe, devono riuscire ad aprire una comunicazione più efficace con le famiglie; infine i ragazzi devono trovare uno spazio di crescita e sperimentazione di sé e del gruppo adeguato, in cui le differenze possano venire accolte, sentendo di avere a che fare con adulti affidabili, attenti e partecipi piuttosto che spaventati e difensivamente autoritari. Agire solo su un livello o una parte del sistema è come prendere un antinfiammatorio per un dolore articolare: il sintomo probabilmente si allevierà o passerà del tutto, ma se la sua origine è legata anche a qualcosa di meno localizzato e più sistemico (es.: a una postura scorretta e a un uso insufficiente della muscolatura addominale) è probabile che senza un adeguato allenamento a diversi livelli il problema ricomparirà, magari in un altro punto…

Purtroppo, a fronte di un bisogno crescente dello psicologo a scuola, la sua presenza è lasciata per lo più alla sensibilità e disponibilità dei dirigenti scolastici (che possono attivarsi per finanziarne progetti e iniziative con i fondi per l’autonomia o partecipando a qualche bando regionale, europeo, etc.): in altre parole la figura dello Psicologo Scolastico – diversamente da altri Paesi – in Italia non è prevista come obbligatoria e questo fa sì che la sua presenza sia spesso spot e quindi meno efficace, oppure legata a un’urgenza. E’ facile che in questi casi ci sia una totale “delega all’esperto”, chiamato per risolvere (quasi miracolosamente!) specifiche problematiche: lo psicologo deve analizzare e trasformare tale richiesta per far uscire i committenti (docenti, dirigenti, genitori) dalla posizione passiva in cui si trovano. In altre parole, un cambiamento è possibile solo se c’è una reale disponibilità a mettersi in moto, riprendere potere e responsabilità, rivedere i propri modelli organizzativi e comunicativi lasciandosi guidare dall’”esperto”, il cui ruolo è quello di catalizzatore e non di attore protagonista.

Quando ciò avviene il processo di crescita che si innesca è notevole: ricordo, per esempio, lo stupore e il turbamento di un insegnante che, dopo un role-playing in cui vestiva i panni di un’alunna, riportò forti emozioni di imbarazzo, insicurezza e rabbia “sorprendentemente” vissute durante la simulazione di un’interrogazione difficile. A volte per guardare le cose da un’altra prospettiva (e sentirne quindi poi le emozioni, comprenderne i comportamenti che ne derivano) è necessario cambiare concretamente posizione…per poi tornare alla propria.
Lo psicologo, tra le tante cose, può aiutare a fare questo.

La paranoia: una profezia che si autoadempie?

Un uomo finisce col diventare
ciò che crede di essere.
(M. Gandhi)

A molti sarà capitato di essere “etichettati” come paranoici, ma…cosa significa esattamente?!
Proverò a fare un po’ di chiarezza su quali sono le caratteristiche e le dinamiche che sostengono la paranoia, nonché fornire un orientamento per individuare quegli aspetti ed elementi che permettono di distinguere tra un livello lieve e uno che, invece, merita attenzione clinica. Di fatti, molte persone formulano pensieri paranoici, prima o poi, ma ciò non significa necessariamente che abbiano un vero e proprio disturbo.
Ma andiamo con ordine.

Cosa si intende per paranoia

Nel linguaggio quotidiano si definiscono paranoiche quelle persone che tendono ad essere sospettose e a ritenersi facilmente vittima di persecuzioni o inganni, oppure che presentano elevati livelli di ansia e apprensione, intendendo quindi la paranoia come una forma rafforzata di paura o angoscia. Questa “etichetta”, per quanto non scorretta, è estremamente generica e ampia per cui, com’è facile immaginare, può finire per includere diverse situazioni non patologiche. Cosa diversa è, invece, parlare della paranoia da un punto di vista clinico.
Innanzitutto non si tratta di un disturbo d’ansia bensì di un disturbo del pensiero di cui la persona non ha coscienza e che la porta ad elaborare un sistema di credenze incentrate sulla convinzione di essere perseguitato o sottoposto a una minaccia concreta. Ciò può poi tradursi in idee quali: essere spiato, pedinato, preso in giro, vittima di complotti, attentati o avvelenamenti. Ne deriva una tendenza a non fidarsi dell’altro (in quanto percepito come mal intenzionato), ad averne paura, ad essere sospettosi e guardinghi.
Quando non si presenta nella forma di un disturbo delirante vero e proprio, la paranoia riguarda situazioni che possono effettivamente esistere nella vita reale e il comportamento della persona (il cui funzionamento, a parte la sospettosità, non risulta compromesso in modo rilevante) non è particolarmente stravagante o fuori le righe. C’è poi il caso del disturbo paranoide di personalità in cui le ideazioni persecutorie sono meno forti ma tendono a coinvolgere quasi ogni contesto di vita: il mondo è vissuto come ostile e guardato sempre con diffidenza e sospettosità, con conseguente predilezione per uno stile di vita solitario. Pensieri tipici sono: “appena ti rilassi ti fregano”, “non si può mai abbassare la guardia”, “ce l’hanno con me”, “sotto c’è una fregatura, sicuramente”. La persona è quindi solitamente ipervigilante e ipersensibile alle critiche, tende a biasimare gli altri e ad attribuire loro intenzioni malevole.   

La dinamica che innesca un circolo vizioso che si autoalimenta è la seguente: la persona, guidata dalla propria sfiducia e sospettosità, assume un atteggiamento ipervigilante (alla ricerca attenta di possibili segnali di minaccia o falsità da cui difendersi, perché ciò che normalmente può essere visto come un evento casuale, per un paranoide/paranoico può essere considerato intenzionale) e agisce in modo cauto e guardingo, apparendo spesso freddo, controllante, eccessivamente permaloso e polemico. Il suo atteggiamento “poco amichevole” promuove e rinforza eventuali comportamenti negativi negli altri (critiche, isolamento, etc.) che vengono poi assunti come “prove” della fondatezza dei propri sospetti. In tal modo il paranoico proietta e attribuisce all’esterno la propria aggressività (che nei fatti attiva), confermandosi così nella posizione di vittima. Quel che accade, quindi, è che, proprio come temuto, finisce per essere poi realmente attaccato, giudicato, isolato, fregato, etc. Questo ovviamente aumenta ancora di più la sua sospettosità e, in alcuni casi, può spingerlo a risposte aggressive di difesa. Il circolo continua così in un rinforzo crescente. Si tratta di una declinazione del noto e studiatissimo meccanismo della profezia che sia autoadempie.

Molto poco di certo, invece, si sa in termini di eziopatogenesi, ossia delle “cause” di questo disturbo. Una ipotesi (P. Fonagy) che ritengo interessante e che condivido è che la persona, durante la propria infanzia, invece di poter contare su una relazione di attaccamento sicura, abbia avuto a che fare con una disorganizzata a danno del processo di “mentalizzazione”, ossia del processo di acquisizione della capacità di comprendere adeguatamente gli stati della mente altrui, orientandosi di conseguenza nell’interpretazione dei comportamenti e nelle relazioni interpersonali. In altri termini, il paranoico fatica a sintonizzarsi con l’altro, perchè gli è difficile spostarsi dalla propria posizione e distinguere ciò che è frutto di una propria interpretazione dal mondo esterno. Ecco che tutto diventa incerto e minaccioso. Inoltre, nella storia delle persone che sviluppano pensieri paranoici importanti, si trovano spesso esperienze traumatiche che le hanno effettivamente molto “esposte” e “minacciate”, in assenza di adeguati fattori protettivi, ossia risorse (relazionali, cognitive, etc.) in grado di bilanciarne gli effetti negativi.

Cosa fare

Un paio di criteri possono aiutare a capire se il pensiero paranoico è all’interno di un range di “normalità” o se, invece, può essere utile rivolgersi a un esperto.

  1. Grado di distorsione della realtà: non c’è alcuna (o poca) coerenza tra quanto accade e ciò che viene percepito dalla persona, per via della sua distorsione interpretativa.
  2. Pervasività: la paranoia intacca, in modo rilevante, diverse aree della vita della persona (affettiva, sociale, lavorativa).

Spesso è un familiare, “vittima” della paranoia del proprio congiunto (il contenuto del pensiero paranoico potrebbe essere, per esempio, un temuto tradimento del partner) a spingere per un consulto. Infatti, non avendo consapevolezza del meccanismo di distorsione che caratterizza il suo pensiero ed essendo estremamente sospettoso, il paranoico raramente chiede aiuto. Ciò può però accadere quando gli “effetti” del sintomo sono fonte di grande disagio: la persona può rivolgersi a un terapeuta per fronteggiare i sentimenti di depressione, tristezza, ansia e angoscia che si associano all’isolamento in cui di fatto si ritrova. In altre parole, la persona non chiede aiuto per liberarsi dalla paranoia (che non riconosce e che di questo si alimenta), bensì per le sue “conseguenze”. E’interessante notare, a tal proposito, come molti presunti casi di mobbing lavorativo possano essere ricondotti a idee persecutorie del mobbizzato o venire “attivati” dai suoi comportamenti difensivi.

La grande sfida della terapia, in questi casi, è riuscire a costruire una relazione percepita dal paziente come sufficientemente sicura e affidabile, ossia far sperimentare alla persona un’esperienza riparatrice, un contesto in cui alleggerirsi della enorme tensione e fatica emotiva che comporta il difendersi costantemente dalle presunte minacce circostanti. E’evidente che non basterà sapere che il terapeuta è tenuto al segreto professionale perché la persona si fidi di lui. Ci vuole tempo e lavoro sulla relazione, affinché la stanza di terapia diventi un “contenitore” in cui portare emozioni e pensieri altrimenti “indicibili”, alla ricerca di un ascolto e di una risignificazione che possano abbassare i livelli di angoscia e fornire nuove lenti per interpretare la (spesso minacciosa) realtà.

Le “regole del gioco” in terapia: In Treatment docet?

Quali sono le “regole del gioco” in terapia? Chi si rivolge a me, in modo più o meno esplicito, mi pone quasi sempre questa domanda. Effettivamente, tra sentito dire ed elementi estratti da situazioni terapeutiche narrate nei libri o rappresentate sul piccolo e grande schermo, ci si può confondere…Vorrei tentare di dare qui un orientamento, utilizzando come termine di confronto proprio quanto proposto da una serie tv: la versione italiana di “In Treatment”, incentrata sulle vicende dello psicoterapeuta Giovanni Mari.

Due parole sulla serie, per chi non la conoscesse: si tratta di un remake della versione statunitense della HBO In Treatment, a sua volta tratta dal format israeliano “BeTipul” e ha come fulcro narrativo le sedute del dottor Giovanni Mari (interpretato dal bravissimo Sergio Castellitto). Il terapeuta riceve nel suo studio pazienti con diverse problematiche dal lunedì al giovedì e la telecamera sembra semplicemente “documentare” il lavoro terapeutico (tanto che ogni puntata corrisponde a una seduta). Si ha l’impressione, insomma, di assistere dall’interno al fluire dell’incontro. Il venerdì è invece il Dr. Mari a recarsi presso lo studio di una collega, Anna, per la supervisione, alla ricerca di un aiuto per comprendere e maneggiare al meglio le difficoltà incontrate nel lavoro con alcuni pazienti (con un focus particolare sulle connessioni esistenti tra queste difficoltà e gli intrecci della sua vita privata e familiare).

Quanto di ciò che viene proposto rispetto al modo di lavorare in terapia è “realistico”? Ossia il setting presentato è “ortodosso”, corrisponde a ciò che ci si può aspettare di trovare in una terapia vera e propria?

In realtà, non esiste una definizione unica o ufficiale delle “regole del gioco” terapeutico perché diversi sono gli orientamenti teorici di riferimento e i significati che di conseguenza possono essere attribuiti a una serie di variabili e comportamenti.

Ma andiamo per ordine…

TEMPO

Quanto dura una seduta?

I colloqui tenuti dal Dr.Mari in “InTreatment” durano circa 25-30 min, ma è facilmente comprensibile come questa deformazione possa essere legate alle esigenze del format televisivo: difatti, sebbene ci sano differenze da terapeuta a terapeuta (soprattutto in virtù dell’approccio teorico di riferimento), nella realtà ogni seduta dura circa un’ora. Per quanto riguarda il mio modo di lavorare, per esempio, gli incontri individuali hanno una durata di 60 min, mentre quelli di coppia/familiari 75 min.

A tale proposito, ritengo che il fatto che in “In Treatment” il colloquio è praticamente condensato in metà tempo possa spiegare, in parte, anche il ritmo sostenuto e l’intensità degli scambi tra paziente e terapeuta: in ogni seduta in un certo senso “accadono” e vengono “restituite” al paziente (attraverso interpretazioni o attribuzioni di senso date ad azioni, parole, silenzi e dinamiche ridondanti) molte più cose di quanto non avvenga in media in un percorso terapeutico vero e proprio, che necessita in genere di un tempo di elaborazione maggiore.

Orari e frequenza degli incontri

Ciascun paziente del Dr. Mari ha la sua seduta una volta a settimana, in un giorno e orario fissi (tanto che ogni puntata inizia con questa informazione che fa da titolo, es: “Irene, lunedì ore 8:00”). Questo elemento corrisponde abbastanza bene alla prassi, sebbene anche qui i modelli teorici di riferimento possono introdurre delle varianti (nell’approccio psicoanalitico classico, oramai piuttosto desueto, per esempio, la frequenza è di addirittura 3 volte a settimana). Io lavoro con cadenza settimanale, nel caso di terapie individuali, e quindicinale quando si tratta di coppie o famiglie. E’ molto importante la regolarità degli incontri, sia in termini di frequenza che orario. Questo elemento del setting produce “reazioni” diverse nelle persone, sintetizzabili in due macro-categorie: alcune riescono ad organizzarsi adeguatamente e a “tutelare” sufficientemente il proprio spazio di cura da impegni, imprevisti e intrusioni di vario genere, sono assai contente e sollevate nel sentire che esiste uno spazio stabile e tutto per sé nell’agenda e nella mente del terapeuta, dunque una “luogo” pronto ad accoglierle; altre persone, invece, possono trovare molto faticoso (per motivi pratici e non solo…) riservare a se stesse uno spazio fisso, il che si traduce in frequenti proposte di spostamento delle sedute o disdette, fine ad arrivare alle situazioni in cui c’è come la fantasia che lo psicologo/terapeuta debba rendersi disponibile “a richiesta” piuttosto che collocarsi dentro a un processo e una relazione di scambio in cui ambo le parti si impegnano garantendo la propria presenza, con un importante investimento emotivo e di tempo/denaro. In linea di massima posso dire che, sebbene la flessibilità sia una risorsa da utilizzare in alcune occasioni (ritengo per esempio che non si possa proporre in modo rigido un orario fisso a una persona che lavora su turni, o pretendere che un paziente non partecipi a un’importante riunione extra di lavoro perché si sovrappone all’orario della seduta, se fissata con un minimo di anticipo), la regolarità di frequenza e orario delle sedute è davvero parte fondamentale del processo terapeutico. E’ cioè importante che la persona, con l’aiuto del professionista, possa riuscire a conquistare, tutelare e mantenere il proprio spazio di cura.

SPAZIO

Che aspetto e caratteristiche hanno lo studio e la stanza di terapia?

Il Dr. Mari svolge le sue terapie in uno studio che si trova all’interno della casa in cui vive. Sebbene sia dotato di doppia entrata (come spiega a più di un paziente incuriosito), l’ambiente sembra essere molto connotato in termini domestici, si ha cioè proprio l’impressione di trovarsi in un salotto piuttosto che in una stanza di terapia. Questa scelta non è effettivamente così infrequente nella prassi, capita cioè che dei professionisti (per lo più per ragioni di tipo pratico) decidano di adibire una parte della propria abitazione a studio. La cosa che mi sembra in un certo senso opinabile non è la scelta in sé, bensì – nel caso di quanto proposto da “In Treatment” – il rischio di un’eccessiva labilità dei confini casa-studio (per intenderci: lo studio-salotto è comunicante con la cucina di casa e in un paio di occasioni il paziente vi accede, entrando appunto in uno spazio diverso da quello “sacro” della terapia…l’intimità e quotidianità del terapeuta è a portata di mano facendo quasi scivolare la relazione fuori contesto).

Nella realtà, al di là della collocazione, le stanze di terapia possono avere aspetti molto diversi tra loro, a seconda dei gusti personali del terapeuta, del suo approccio, nonché dell’utenza (adulti / bambini; singoli/coppie/famiglie): se nello studio di uno psicanalista classico non mancherà il noto lettino, negli altri è assai comune trovare un piccolo divano (che può essere utilizzato sia per incontri individuali che di coppia) e delle piccole poltroncine o sedie che si prestano ad accogliere con flessibilità persone e situazioni diverse, oppure un piccolo tavolino e tappeto con l’occorrente per i più piccoli. Insomma, difficile stabilire regole in tema di spazio e arredamento. Personalmente preferisco uno stile minimalista e semplice che lasci ampio spazio alle persone e alla relazione.

Inoltre, salvo particolare esigenze di tipo pratico, per tutelare la privacy dei pazienti e per concedermi un tempo di recupero e concentrazione, prevedo una piccola pausa tra un appuntamento e l’altro.

RELAZIONE

Ci si dà del “Tu” o del “lei”?

Questa è un’altra frequente domanda che mi viene posta, o in alcuni casi direttamente “agita”: io di regola dò del “lei” (eccezion fatta per gli adolescenti) ed è capitato che qualcuno faticasse ad usarlo e iniziasse a darmi del “tu”, oppure a chiedermi il “favore” di darglielo perché in imbarazzo diversamente. Senza entrare in merito alla valutazione clinica, dico solo che è importante per me comprendere e condividere con la persona il senso di quell’imbarazzo o fatica per poi decidere se “uscire” dalla regola base del “lei” (che nella nostra cultura più facilmente segnala e definisce una relazione in termini professionali, aiutando a distinguerla da quelle familiari e amicali).

In “In treatment” mi sembra che la linea sia più o meno la stessa: il Dr. Mari dà del “tu” ai ragazzini che ha in cura e a una ragazza di 23 anni, dopo sua esplicita richiesta, mentre dà del “lei” a tutti gli altri. I pazienti danno del “lei” al terapeuta.

Quali confini deve mantenere il terapeuta nella sua azione?

Questa domanda si può declinare in infinite e a volte parecchio complesse questioni.

Ne prendo in considerazione qui un aspetto: il terapeuta deve necessariamente confinare la sua azione all’interno dello studio e dell’ora della seduta?

Direi che di base assolutamente sì (più o meno per lo stesso motivo per cui è importante la regolarità degli incontri), ma è a volte assai utile uscire da questa regola. Il Dr. Mari, per esempio, decide di accompagnare lui stesso una paziente in ospedale per iniziare la chemioterapia. Non prende però questa decisione guidato dall’impulso, bensì da una precisa valutazione clinica che lo incoraggia ad assumere il “rischio” di questa trasgressione del setting.

Nella stessa ottica è possibile pensare, per esempio, che fare una telefonata al paziente o offrirgli disponibilità a riceverla, in un momento particolarmente delicato, è possibile e sensato. La regola di base è però un’altra: lo scambio terapeutico avviene in seduta, attendere quel momento e riuscire a portare le proprie emozioni e questioni in quello spazio è importante.

Un’altra eccezione, è rappresentata dalla terapia a domicilio: in questo caso il professionista, in base a una precisa e attenta valutazione clinica, decide che è opportuno e utile spostare l’intervento a casa del paziente. Non mi dilungo qui sugli aspetti tecnici e sulle implicazioni in termini di setting, rimandando ad altri e specifici articoli sugli aspetti della psicoterapia a domicilio a Roma.

SUPERVISIONE

Ogni terapeuta fa una sua terapia o va in supervisione?

In realtà le due cose (terapia e supervisione) in genere non coincidono, ma vengono confuse dalla gente comune: spesso i pazienti mi chiedono, incuriositi, se è vero che anche i terapeuti (difficilmente la domanda è diretta a me in modo esplicito…) vanno in terapia o se non abbiano bisogno di “scaricarsi” dato che ascoltano per tanto tempo i problemi degli altri!

Diciamo che in genere ogni terapeuta ha fatto o ha in corso una terapia personale: alcune scuole di specializzazione lo prevedono come fase obbligatoria, mentre altre no, ma è comunque estremamente difficile che un terapeuta non attraversi questo passaggio durante la sua formazione. Ciò gli consente di sperimentare sulla propria pelle – nel ruolo di paziente – vissuti, emozioni e dinamiche attivati dalla relazione terapeutica, nonché conoscersi meglio così da affinare in un certo senso il proprio “strumento di lavoro”. Cosa diversa è la supervisione (non obbligatoria), ossia un percorso fatto di colloqui (individuali o in gruppo con altri colleghi) in cui il terapeuta condivide con un collega più esperto alcuni casi clinici, alla ricerca di un aiuto per meglio comprendere e risolvere eventuali situazioni di impasse con i propri pazienti. E’ il caso proposto da “In Treatment” in cui le puntate relative al venerdì di supervisione, a mio avviso, hanno il compito e il merito di far comprendere meglio al telespettatore la complessità del lavoro terapeutico (ricco di intrecci e continui rimandi con la propria storia personale) nonché l’umanità e fallibilità del terapeuta che, nei fatti, si trova a compiere diversi “errori” nel suo lavoro, fino ad attraversare una vera e propria crisi professionale.  

Faccio un esempio. A proposito della scelta del Dr. Mari di avere lo studio dentro casa, Anna (suo supervisore) propone al collega una considerazione: sembra che il terapeuta accogliendo all’interno del proprio salotto i pazienti stia esprimendo, in un momento della propria vita personale difficile e di profonda solitudine (a seguito di una dolorosa separazione coniugale) il bisogno di rivitalizzare la propria sfera affettiva e sociale.

Dunque, concludendo, direi che “In Treatment” non rispecchia fedelmente la realtà della relazione terapeutica in termini di setting, ma ne dà una rappresentazione accettabile, utile ad orientarsi. Mi sembra che questo sia un buon risultato per una serie tv, per altro ottimamente recitata e accattivante: ho personalmente seguito con estrema curiosità e piacere le diverse storie, trovando anche degli interessanti spunti clinici, nonché raccolto l’entusiasmo di parecchi telespettatori non terapeuti, incuriositi dal (a volte) poco conosciuto mondo “psy”.

Per cui direi che In Treatment non docet, però piace!