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La mediazione familiare: per una separazione “condivisa”

La mediazione familiare è un intervento professionale di cui può usufruire la coppia separata o in via di separazione, qualora espliciti il bisogno di un tempo e di uno spazio appositi per pensare alla riorganizzazione familiare. Durante il percorso, i partner sono incoraggiati e guidati dal mediatore -terzo neutrale- ad elaborare gli accordi che meglio soddisfino i bisogni di tutti i membri della famiglia, con particolare riguardo all’interesse dei figli. L’obiettivo dell’intervento è dunque molto concreto: la messa a punto di un progetto di riorganizzazione delle relazioni genitoriali e degli aspetti materiali dopo la separazione o il divorzio. Gli accordi presi in sede di mediazione dovranno poi essere presentati al giudice per la ratifica ufficiale necessaria.
La Mediazione Familiare si propone quindi come una nuova e specifica risorsa volta a sostenere i genitori in conflitto durante la fase della separazione e del divorzio. Non a caso, nasce e si sviluppa in un contesto storico-sociale nel quale la co-genitorialità rappresenta un ideale da raggiungere, e la giurisprudenza (legge 54/2006) stabilisce l’affido condiviso come modalità elettiva di affidamento, dando al giudice il compito di valutarla prioritariamente.

Relativamente agli aspetti relazionali, i temi più frequentemente discussi sono:
l’affidamento dei figli, l’analisi dei bisogni di genitori e figli, la continuità genitoriale, il calendario delle visite del genitore non affidatario, le vacanze, la regolazione dei tempi e dei modi di frequentazione tra i figli e i componenti delle famiglie d’origine, le scelte educative, la comunicazione della separazione ai figli, la comunicazione tra i genitori, la relazione con gli eventuali nuovi compagni dei genitori, problematiche legate alla famiglia ricostituita, ecc….

Rispetto alle questioni economiche, invece, risultano oggetto di negoziazione tematiche quali:
l’assunzione degli impegni economici per i figli, la determinazione dell’assegno di mantenimento a favore del partner, l’assegnazione della casa coniugale, la divisione dei beni comuni, ecc….

E’ importante sottolineare che, in ogni caso, è la coppia che sceglie le problematiche da negoziare e gli accordi. In altre parole, il mediatore è responsabile del processo che dirige, ma non dei suoi contenuti, in quanto l’obiettivo più importante è che i due ex-coniugi si riapproprino delle proprie competenze genitoriali e decisionali, senza deleghe. Solo così gli accordi presi avranno la possibilità di resistere alla prova del tempo, in quanto realmente condivisi. Troppe, e troppo dolorose per tutti gli attori coinvolti, le storie di separazioni giudiziali, o consensuali che – poggiando su una conflittualità sottovalutata- non reggono la prova del tempo e il confronto con la realtà.
Vorrei invitare a riflettere sui vantaggi che, invece, possono derivare dal seguire un percorso di mediazione familiare. Innanzitutto a livello individuale:
1. maggior stima di sé e dell’altro
2. espressione delle emozioni ed elaborazione del lutto della separazione
3. ridefinizione della propria identità personale
4. analisi delle conseguenze personali derivanti dalla separazione.
Inoltre, a livello relazionale:
1. miglioramento delle capacità comunicative al di là del conflitto
2. riconoscimento dei bisogni di genitori e figli
3. continuità genitoriale e responsabilizzazione del reciproco ruolo genitoriale
4. possibilità di elaborare gli accordi autonomamente (senza deleghe all’autorità giudiziaria) e in modo paritario (senza imposizioni del genitore economicamente o emotivamente più forte).
Infine c’è l’importante e inestimabile vantaggio di vedere tempi e costi (economici ed emotivi) ridotti rispetto alle lunghe e dolorose controversie giudiziarie.

Inoltre, una mediazione ben riuscita svolge anche una funzione preventiva rispetto a future conflittualità, in quanto si propone come luogo di acquisizione, potenziamento e sperimentazione delle capacità negoziali della coppia: quando emergeranno esigenze e circostanze diverse da quelle iniziali (il che è inevitabile, dato che anche il ciclo di vita della famiglia separata va avanti), i due ex-partner saranno in grado di trovare nuove soluzioni autonomamente, con flessibilità.
Un’ultima riflessione riguarda la tangenzialità della mediazione familiare rispetto ad altri tipi di intervento, da cui peraltro si distingue per una serie di importanti aspetti. In particolare, la mediazione
1) non è una terapia
in quanto è centrata sul presente e sul futuro piuttosto che sul passato, sebbene utilizzi alcune competenze e strategie proprie del setting clinico. Inoltre, è un intervento molto strutturato, circoscritto nel tempo (in genere si articola in 8-10 sedute) e con obiettivi pre-definiti (il raggiungimento di accordi specifici, elencati nel “contratto di mediazione” sottoscritto dal mediatore e dai due partner prima di aprire la fase negoziale).
2) non è una consulenza tecnica
in quanto non si pone l’obiettivo di fornire al giudice informazioni sui rapporti esistenti tra il minore e i genitori, né di definire quale sia il migliore genitore affidatario, per cui non produce diagnosi sulle figure genitoriali, né di tipo psichiatrico, né psicopatologico, né relazionale. In altre parole, manca nella mediazione l’aspetto valutativo-diagnostico;
3) non è una consulenza psicologica, né legale
in quanto il mediatore non elargisce consigli, bensì stimola e guida i due partner alla ricerca di opzioni e soluzioni adeguate.

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“La separazione non è tanto un’opera e un lavoro individuale,
quanto piuttosto un’impresa di coppia.
Come insieme le persone si sono legate,
così insieme hanno il compito di separarsi” (V. Cigoli)

Genitorialità e maternità “a rischio”

La nascita del primo figlio fa entrare la coppia in un nuovo stadio del proprio ciclo vitale e sancisce in un certo senso in modo definitivo il passaggio dei coniugi nell’età adulta. Si tratta dunque di un cambiamento con un notevole impatto psicologico, sia sul piano individuale che di coppia (senza trascurare l’effetto più ampio sul sistema della famiglia allargata in cui compaiono ruoli nuovi per zii, nonni, etc.). Nella rappresentazione sociale la coppia diventa solo in questo momento una “vera” famiglia, legata in modo definitivo da un ruolo -quello genitoriale- che è per sempre.
Come è facile immaginare, il nascituro è quindi caricato di grandi aspettative e, specie quando arriva a tarda età per la donna (che ha magari dato spazio fino a quel momento e con fatica alla propria realizzazione personale e lavorativa), diventa facilmente la rappresentazione di un “bene prezioso”, quasi unico e irripetibile.
In un contesto emotivo di questo genere aumentano anche le aspettative che i neo-genitori (e in particolare la madre) hanno su di sé e sulla propria “capacità” di essere adeguati nel nuovo ruolo.
Ovviamente le risorse a disposizione di ciascun genitore variano molto a seconda del contesto. In ogni caso, anche nelle situazioni “normali”, possono non essere sufficienti a contrastare adeguatamente tale pressione: per esempio perché nel passaggio dalla famiglia patriarcale a quella nucleare è quasi venuta meno per la donna la possibilità di avere nella famiglia estesa un contenitore per le proprie angosce e un sostegno pratico. Capita quindi spesso che la neomamma si trovi sola ad affrontare un momento cruciale e sconosciuto della propria vita, in cui cambia il proprio corpo, nasce un nuovo ruolo, etc.
Inoltre, sebbene attualmente la nascita di un figlio sia quasi sempre il risultato di una scelta consapevole e una forma di realizzazione personale da parte dell’adulto, non vanno dimenticate situazioni differenti in cui la gravidanza non è desiderata e cercata, oppure si colloca in un contesto familiare di particolare fragilità che rende ancora più faticoso -per le diverse figure coinvolte, non solo per la madre- affrontare le sfide che questa fase di passaggio pone: pensiamo, per esempio, a famiglie monogenitoriali, a contesti di estremo disagio socio-economico, oppure a situazioni in cui uno dei due genitori è molto periferico e assente o estremamente inadeguato nella sua funzione genitoriale (magari perché in carcere, tossicodipendente o affetto da un disturbo psichico importante).
E’ chiaro che in queste circostanze aumentano i cosiddetti “fattori di rischio” mentre diminuiscono i “fattori di protezione”, ossia le risorse a disposizione del sistema-famiglia. Ovviamente è importantissimo focalizzarsi su quest’ultime, individuarle e promuoverle.
In quest’ottica, lì dove il disagio sia importante e la rete familiare e sociale di sostegno (anche solo momentaneamente) non sufficienti a contenerlo e trasformarlo, è utile rivolgersi all’esterno, sia esso rappresentato da un libero professionista o dal consultorio di riferimento.
Difatti, per esempio, un intervento precoce sulla relazione caregiver-bambino può essere estremamente importante, andando a ridurre lo stress e il conflitto e rafforzando il processo di sviluppo nell’interazione, lì dove (per ragioni differenti, di cui alcune ipotizzate sopra) vi siano scambi interattivi caratterizzati da modalità di cura incoerenti, instabili o scarsamente sensibili: il genitore può essere aiutato nella difficoltà a sintonizzarsi con il proprio figlio e i suoi bisogni, nella gestione del senso di frustrazione e incompetenza che può avvertire di fronte ad atteggiamenti di rifiuto del bambino, etc. Potrà così sperimentare che la genitorialità è una competenza che si costruisce (e non acquisita per dna!) attraverso un processo circolare, in cui cioè i figli non hanno un ruolo passivo, ma di scambio. Inoltre, poiché attraverso il rapporto con il proprio bambino si rivive la propria infanzia e riemergono i modelli di attaccamento sperimentati con le proprie figure di riferimento, è possibile lavorare anche su questo aspetto (per esempio in un setting psicoterapeutico).
Quando possibile l’intervento sarà rivolto ad entrambi i genitori per dare loro un sostegno rispetto ad eventuali difficoltà nella gestione di alcune sfide – i cosiddetti “compiti di sviluppo” – poste dalla nascita di un figlio:

  • stabilire confini chiari tra il sistema coniugale e quello genitoriale;
  • prendersi cura del bambino;
  • fornire un valido modello di attaccamento affettivo ed educativo al figlio;
  • ristrutturare le relazioni con i propri genitori;
  • individuare le diverse regole del ruolo e delle funzioni dei nonni e dei genitori;
  • ridefinire i rapporti con l’ambiente esterno (lavoro, amicizie) in base alle esigenze della famiglia.

Le possibili aree critiche sono dunque tante, ma altrettanti sono i possibili percorsi di aiuto da attivare per affrontare le difficoltà e riattivare le risorse presenti nel genitore e nel contesto di appartenenza.

Il tradimento nella coppia: una ferita di cui prendersi cura

“La fiducia racchiude in sé il germe del tradimento”, diceva lo psicoanalista James Hillman, come a sottolineare che affidarsi porta con sé non solo la possibilità di una esperienza relazionale profonda, una spinta rivitalizzante e progettuale, bensì anche il rischio di una delusione dolorosa. E’ da mettere in conto. Dico infatti spesso ai miei pazienti, sorpresi o spaventati per l’ansia e i pensieri negativi “stranamente” associati alla gioia di un legame in fase di avvio o che si consolida, che ciò è assolutamente “normale”: legarsi ri-attiva facilmente i fantasmi dell’abbandono e della separazione. Riuscire a tollerarli permette alla relazione di crescere e fiorire, con l’imprescindibile nutrimento della fiducia reciproca. Com’è facile immaginare, però, il processo di sviluppo della coppia in qualche modo si interrompe e subisce un trauma se i fantasmi diventano realtà, quando cioè il tradimento entra davvero nella relazione, minandola.

Che significa “tradimento”?

Ciò che viene attaccato e messo in crisi nella coppia con il tradimento è il “noi”, l’appartenenza, l’esclusività del rapporto su cui i partner hanno fondato (spesso implicitamente) il proprio patto, legandosi. Il tradimento è dunque per sua natura un atto relazionale, in cui a essere deluse, e quindi tradite, sono fiducia e aspettative.

Se andiamo a esplorare l’etimologia della parola, troviamo un significato interessante che ne sottolinea la valenza negativa: deriva dal latino “tradére” che vuol dire “consegnare”, in riferimento alla tradizione evangelica nell’ambito della quale Gesù viene consegnato ai Romani, quindi tradito da Giuda.

Eppure, facendo lo sforzo di prendere le distanze dal nostro sistema valoriale e dalle emozioni negative e dolorose inevitabilmente associate all’esperienza del tradimento, è possibile rileggerlo come una comunicazione, nel caso di quello coniugale un messaggio che la coppia (per mano del fedifrago) manda a se stessa, alla ricerca di un nuovo equilibrio: qualcosa non va più come prima, c’è bisogno di una ridefinizione!

Cambiando scenario relazionale, possiamo forse con minore fatica individuare una funzione evolutiva nel tradimento. Spostiamoci per esempio dalla relazione di coppia a quella genitori-figli: possiamo immaginare come senza alcuna esperienza di trasgressione (ossia di “uscita” dai limiti definiti nella relazione, e quindi di “tradimento” della fiducia dei genitori) l’adolescente perderebbe delle vitali esperienze di crescita, di esplorazione e confronto con i propri limiti e con i pari, di apprendimento. Aggiungiamo dunque un importante elemento alla descrizione del fenomeno: il tradimento, come ogni comportamento, nasce sempre da un bisogno.

Gli “effetti” del tradimento nell’individuo e nella coppia

Ovviamente l’impatto del tradimento è diverso e più intenso quando riguarda la sfera della relazione di coppia, proprio per quel patto di esclusività che ne regola solitamente il funzionamento.

A LIVELLO INDIVIDUALE

Vengono spesso rilevati nel tradito malesseri e sintomi che richiamano la sindrome post traumatica da stress, tanto che gli americani parlano di “Post Infidelity Stress Disorder”: la persona tende a rivivere ripetutamente il trauma (per esempio la scena del momento in cui ha scoperto o le è stata rivelata la verità, oppure torna in modo ossessivo a rivisitare con la memoria le situazioni precedenti alla scoperta/svelamento, in cui veniva presumibilmente ingannata, etc.), può sperimentare apatia, difficoltà di concentrazione, ipervigilanza e perdita di sonno. E’ facile che il partner tradito percepisca un attacco all’immagine di sé: l’autostima può iniziare a vacillare. Rabbia, gelosia, odio e senso di abbandono, sono alcune delle reazioni emotive più comuni.

Anche il traditore può vivere emozioni spiacevoli: senso di colpa, vergogna e paura (per esempio di essere scoperto e dare voce alla crisi di coppia). Lo stress della famosa “doppia vita” ha a che fare con la fatica che compie chi, come un bulimico, aggiunge al peso del sintomo il fatto di sentire di doverlo tenere segreto…Ebbene sì, il tradimento può essere inquadrato proprio come un sintomo!

A  LIVELLO DI COPPIA

Nella relazione di coppia il tradimento, evento traumatico, viene spesso percepito come uno “spartiacque” nel quale prendono forma un “prima” e un “dopo”. In quanto sintomo segnala che qualcosa non va, urge una ridefinizione: la crisi sottostante diventa visibile, c’è un’aggressione in grado di frantumare il rapporto o di dare l’avvio a una re-visione dello stesso.

Come per ogni evento traumatico, la sua elaborazione richiede di “attraversare” emozioni spesso molto spiacevoli e a tratti destabilizzanti: si tratta di riconoscere, esprimere, accogliere e trasformare la rabbia, il dolore, la delusione…prendersi cura di una ferita che può essere profonda.

La terapia di coppia

Partiamo da una considerazione che può, a torto, sembrare pessimista: è difficile pensare a una relazione di coppia immune dall’esperienza del tradimento. Specie se lo intendiamo in senso lato e non strettamente sessuale o sentimentale (distinzione su cui, tra l’altro, uomini e donne si trovano spesso in disaccordo): a un certo punto, quasi inevitabilmente, ci si trova di fronte a una delusione, il partner non aderisce più al 100% alle proprie aspettative, tradisce il patto del “per sempre”… Potrebbe per esempio iniziare a dedicare più spazio al lavoro o alla vita sociale individuale, oppure “far entrare” eccessivamente la propria madre nel rapporto di coppia. In ogni caso tradisce le aspettative (necessariamente in parte illusorie) su cui il legame si era fondato agli inizi. La coppia ha allora bisogno di un nuovo equilibrio, in gergo psicologico diciamo di ri-negoziare il patto, utilizzare la crisi come spinta propulsiva per uscire dallo stallo del circuito della delusione.

Quando poi il tradimento è di natura sessuale e/o sentimentale la ferita può essere ancora più dolorosa, diventa necessario prendersene cura.

La terapia di coppia è una importante risorsa in questi casi, così come in ogni situazione in cui la relazione ha perso la propria vitalità, i partner cominciano a comportarsi diversamente e circolano emozioni e pensieri negativi. La stanza di terapia diventa un luogo “protetto” in cui dare spazio alle emozioni negative e al conflitto che può derivarne, ma soprattutto dare l’avvio al necessario processo di attribuzione di senso all’evento (spesso illusoriamente percepito come inatteso, scisso dal resto della storia, o di totale responsabilità del fedifrago). I partner hanno bisogno di collocare il tradimento all’interno della propria peculiare storia, comprendere “come mai ora”, e dunque guardarsi l’un l’altro e guardare la propria relazione sia nel presente che nel suo evolversi nel tempo: come si sono conosciuti e su cosa si sono legati? quali sono stati i passaggi critici della loro relazione nel tempo? come e con quali risorse li hanno affrontati? esiste ancora una progettualità di coppia? e in tutto ciò che influenza hanno avuto e hanno le rispettive famiglie di origine e il modello di coppia che ciascun partner si porta dietro? Queste sono alcune delle aree tematiche da esplorare con la guida del terapeuta, terzo neutrale, facilitatore della comunicazione nella coppia. Un passaggio importante è far recuperare ai partner uno sguardo circolare, ossia la consapevolezza che il tradimento ha due protagonisti che, in qualche modo, hanno collaborato entrambi alla rottura del patto. Comprendere il contributo di ognuno e l’incastro relazionale su cui il tradimento è nato è essenziale per procedere nel lavoro terapeutico. Attenzione, non è detto che questo porti necessariamente alla “riconciliazione”, ossia che la coppia trovi una nuova armonia. E’ possibile che i partner si muovano poi verso una separazione. In ogni caso, si tratta di una nuova definizione della relazione, di una uscita dallo stallo della crisi segnalata dal tradimento.

Per chiudere con una frase di Aldo Carotenuto: “Se il tradimento destabilizza è perché qualche cosa si ricrei”.

Kramer contro Kramer: Crisi di coppia e separazione

Il dolore e il conflitto nelle separazioni coniugali

A distanza di tantissimi anni dalla prima volta, mi ritrovo a guardare nuovamente “Kramer contro Kramer” e l’impatto è ancora più intenso che in passato: all’epoca ero solo una ragazza che, frequentando con passione un corso di recitazione teatrale, stava studiando il dirompente dialogo di apertura del film (quello in cui, sin dalle prime battute, la separazione entra bruscamente e inaspettatamente in scena “Ted, io me ne vado. Ecco le mie chiavi…”). Ero dunque concentrata a tentare di rubare ogni segreto interpretativo ai due strepitosi premi oscar, Meryl Streep e Dustin Hoffman, e poco altro. Probabilmente oggi sono cambiati i miei occhi, oltre a non aver alcun “compito” da assolvere nel guardare il film: l’età e l’esperienza maturate tanto nella vita personale quanto in quella professionale, hanno decisamente modificato il gioco delle identificazioni e le mie risonanze emotive. Risultato: un film “perturbante”!

La separazione dal punto di vista di un padre

All’epoca definito dalla critica un dramma socio-psicologico, “Kramer contro Kramer” è una pellicola che ha oramai superato i 40 anni di vita, ambientata nella Manhattan di fine anni ’70, eppure capace ancora oggi di rappresentare vissuti emotivi, sfide e dinamiche di tante famiglie alle prese con gli sconvolgimenti della separazione.

Il film è particolarmente interessante perché dà ampio spazio a un punto di vista spesso trascurato nella narrazione (cinematografica e non) delle separazioni, specie fino a qualche tempo fa: quello maschile. E lo fa con una storia che capovolge il cliché “moglie abbandonata dal marito (magari fedifrago) che deve fare i salti mortali per crescere i figli da sola e lavorare”…  Qui ad “abbandonare il tetto coniugale” è la moglie, Joanna, una donna talmente schiacciata dalla vita familiare e travolta da una crisi esistenziale profonda, da non riuscire a fare altro che allontanarsi, anche dal figlio di 7 anni. Il tutto avviene, apparentemente, all’improvviso, come spesso accade nelle separazioni: il vissuto è di uno strappo inatteso, intenso, sconvolgente. Tanto per il marito Ted, quanto per il piccolo Billy che semplicemente al suo risveglio non trova più la mamma e deve “adeguarsi” alla colazione preparata da un padre poco avvezzo ai fornelli e incomprensibilmente nervoso. Sarà solo il primo di una serie di cambiamenti che il dolce Billy, vittima impotente delle scelte dei grandi, vedrà avvenire nel proprio quotidiano, parallelamente al non ritorno della madre. L’abbandono diventa per lui reale e innegabile quando gli giunge una lettera chiarificatrice e dolorosa: “sarò sempre la tua mamma”, parole che suonano come un addio definitivo, una lama che produce ritiro e rabbia nel bambino.

Il film ha il merito di raccontare il delicato processo di reciproco adattamento della diade padre-bambino alla nuova dolorosa e destabilizzante situazione, e lo fa senza edulcorare, ma anzi entrando nelle pieghe dell’ambivalenza e della turbolenza di questo rapporto, un rapporto che si trasforma gradualmente. Quando viene lasciato dalla moglie, Ted è un professionista in carriera, totalmente focalizzato sul proprio lavoro, che si ritrova quindi dall’oggi al domani a dover escogitare difficili soluzioni per conciliare i suoi doveri di padre con i pressanti impegni professionali (combattendo, tra l’altro, con un capo che sente come una minaccia al rendimento lavorativo avere come dipendente un padre separato…e qui, quante madri, separate e non, conoscono bene la storia?!). Il figlio sembra essere inizialmente soprattutto una preoccupazione e un peso per Ted, (come del resto spesso accade nelle prime fasi di elaborazione di un lutto – e la separazione lo è – ci sono negazione e rabbia) ma ben presto, il padre inizia a sintonizzarsi con i bisogni del figlio, a decodificarne meglio i comportamenti e a porsi come un valido riferimento affettivo genitoriale. Un legame che diventa per entrambi fortissimo, alimentato da abbracci, dialoghi commoventi e sguardi eloquenti.

Separazione e tribunali

L’equilibrio da poco raggiunto viene però sconvolto dal ritorno di Johanna che, a distanza di oltre un anno, ritrovata un po’ di serenità e attraversata la crisi con l’aiuto di un percorso psicoanalitico, è decisa a rientrare nella vita del figlio e a chiederne l’affidamento. Qui si apre la seconda parte del film, quella che – ahimè – molte coppie conflittuali conoscono: la fase delle battaglie legali, della separazione giudiziale. In assenza di accordo tra le parti, e dunque quando non è possibile procedere in autonomia ad una separazione consensuale, o trovare un accordo con l’aiuto di un mediatore familiare, i partners – ciascuno rappresentato dal proprio avvocato – chiedono a un giudice di esprimersi in merito ai motivi del contendere (solitamente assegnazione della casa, assegno di mantenimento e modalità di affido dei minori).

In questa fase Ted e Johanna lottano ciascuno per il proprio “obiettivo”, ma a dispetto di ciò il loro sguardo sembra all’inizio sinceramente attento e interessato a cogliere la verità della narrazione che l’altro fa di sé, quando è interrogato dagli avvocati. I toni però si accendono più del previsto, i legali mirano a colpire i punti deboli della controparte, a screditarne l’affidabilità genitoriale mettendo mano violentemente ad altre sfere personali. Sembra che i due vengano, loro malgrado, travolti da questa dinamica del sistema giudiziario, finendo per sentirsi minacciati l’uno dall’altra e quindi legittimati a difendersi con ancora maggiore forza. Il dolore è visibile nei loro occhi, colmi di delusione e di rabbia. Sembra non rimanere altro che puntare alla vittoria, ottenere l’affidamento del figlio, dimostrare che si è un genitore migliore dell’altro. Anche qui, quante storie mi riecheggiano tristemente!…

La sentenza è a favore della madre. Ciò sembra inizialmente un’inaccettabile ingiustizia a Ted che pensa quindi di ricorrere in appello. L’escalation è dunque a portata di mano, ma apprendere che questo implicherà necessariamente un coinvolgimento diretto del figlio che dovrà essere ascoltato in tribunale, lo fa desistere dal procedere. Il padre riesce, dunque, nonostante sia molto doloroso per lui, a decentrarsi e a prendere in considerazione in modo prioritario il bene del figlio, a proteggerlo da ulteriori traumi e triangolazioni. Sorprendentemente, allo stesso punto arriva Johanna che decide all’ultimo di lasciare Billy al padre, piuttosto che sconvolgerne nuovamente gli equilibri emotivi.

Kramer contro Kramer diventa quindi, a mio avviso, un Kramer con Kramer: lo sguardo dei due partners in contrasto si trasforma in quello di due genitori che guardano entrambi in direzione del figlio. Un film che non prevede la rassicurante ma pericolosa distinzione tra vittima e colpevole, e che vede evolvere la logica “vinco-perdi” in “vinci-vinco”.

La genitorialità condivisa

Il film si ferma qui, ma la sua conclusione che racconta di una coppia capace di bloccare l’escalation legale e di rimettere al centro del proprio sguardo il bene supremo del figlio, fa propendere per una “prognosi positiva”. Immagino due persone che, nonostante il dolore e l’iniziale frattura e incomprensibilità della separazione, saranno in grado piano piano di ricomporne un senso, dunque di andare avanti nel processo di “elaborazione” che questo evento richiede (del resto già qualche tempo dopo la “sparizione” di Johanna, Ted non è più accecato dalla rabbia o fermo nel ruolo di vittima, e fa delle ipotesi sulla sua co-responsabilità: riguardando indietro vede un marito da tempo fagocitato nel proprio lavoro e sordo alle insoddisfazioni e turbamenti emotivi della moglie…). Immagino, inoltre, che questi due genitori saranno capaci di collaborare per essere presenti entrambi nella vita del proprio figlio.

Oggi, una coppia di questo tipo, in Italia avrebbe un affido condiviso (che dal 2006 è la modalità prioritariamente valutata dal giudice anche in caso di giudiziale). In questa formula, i genitori detengono entrambi l’affidamento (diversamente dal cosiddetto “affido esclusivo”) con modalità e tempi che vengono stabiliti dal giudice nel caso di contenzioso tra le parti, o dagli stessi genitori qualora la separazione sia consensuale. In entrambi i casi, il principio ispiratore è il diritto del minore alla bigenitorialità e la garanzia del suo bene supremo (dunque lungi da una rigida interpretazione del tipo “divisione 50-50” tra mamma e papà!).

Separazione coniugale: il ruolo dello psicologo 

Spesso arrivare a un accordo, senza ricorrere a una separazione giudiziale, è un “risultato” che la coppia ha bisogno di raggiungere con l’aiuto di un professionista: può accadere che rivolgendosi a un terapeuta per la propria crisi coniugale, i partners riescano a utilizzare lo spazio terapeutico per prendere una decisione in merito al futuro della propria relazione e, in caso di rottura, “elaborare la separazione” e in questa cornice costruire le basi per una consensuale.

Oppure, se la decisione della separazione è già presa, c’è sufficiente intenzione di collaborare per non inasprire il conflitto e trovare un accordo ma è difficile farlo da soli, ci si può rivolgere ad un mediatore familiare. O ancora, può accadere che sia uno solo dei partners a essere disponibile e desideroso di intraprendere un percorso di psicoterapia individuale, per affrontare le fatiche emotive che il processo separativo comporta: in questo caso, la terapia può aiutare la persona a essere più “aperta” a un atteggiamento collaborativo con il proprio ex partner, riuscendo a riconoscerne limiti e risorse e distinguendo la parte genitoriale da quella coniugale, nell’interesse del figlio.

Nelle circostanze in cui ci sia un’elevata conflittualità della coppia (caso estremo, ma anche frequente, quello in cui sussistano denunce) o condizioni di particolare “fragilità” (psichica o di altro tipo) di uno o entrambi i partners, l’intervento del giudice è inevitabile e potrebbero aprirsi altri scenari, quali CTU, affidamento ai Servizi, etc. In tutti i casi, pur nelle situazioni più complesse, il principio ispiratore rimane il bene supremo del minore e il suo diritto alla bigenitorialità, motivo per cui qualora fosse necessario e possibile, si predispongono dei percorsi finalizzati al recupero delle capacità genitoriali, per favorire il ricongiungimento dei figli con i propri genitori.