Psicologa Roma by

In occasione dell’arrivo dell’estate le richieste di aiuto psicologico aumentano, un po' come in prossimità del Natale. Mi ritrovo a fare questa constatazione da anni ormai e vorrei, allora, soffermarmi un po' sull’esplorazione di questo fenomeno, apparentemente poco comprensibile e controintuitivo: come dire, ma è possibile star male proprio quando c’è l’opportunità di rilassarsi, fermarsi un po', prendersi del tempo, divertirsi?! La risposta è: sì, eccome! Ma vediamo perché…Per farlo, però, dobbiamo entrare nel mondo delle ambivalenze, di cui si nutre la nostra vita quotidiana e la nostra psiche, a dispetto dell’affannoso tentativo di mettere ordine in modo coerente a tutte le emozioni che ci abitano.

E’ assolutamente vero che con l’arrivo della stagione estiva aumentano virtualmente le possibilità di godere di aspetti rivitalizzanti, a cui è più difficile dare pari spazio in altri periodi dell’anno: passeggiate, sport e serate all’aria aperta, contatto con la natura, giornate di ferie da dedicare al relax, ai viaggi, alla cura delle relazioni sociali e degli affetti. Dunque in estate possono esserci le condizioni ideali per ricaricarsi e prendersi cura di sé.

E’ però altrettanto vero che, spesso, avviene proprio il contrario: fermandosi emergono crisi e stati emotivi negativi tenuti sotto soglia durante l’anno, per cui tutto si fa tranne che ricaricarsi e prendersi cura di sé! E’ un po' come correre, specie se al di sopra delle proprie possibilità: finché si continua a farlo, nonostante si avverta la fatica, il dolore muscolare non esplode, ma quando ci si ferma il corpo diventa pesante, dolorante…aumenta la capacità di “sentirsi”, si entra in contatto con le proprie fragilità ed emozioni spiacevoli, coperte dalla fatica durante la corsa. In altre parole, la routine degli impegni lavorativi e domestici ci stanca spesso terribilmente, è vero, ma contemporaneamente ci protegge dalla possibilità (che è ovviamente un’opportunità, non solo un rischio!) di ascoltarci. E quando poi arriva l’estate…

Vediamo quali sono le situazioni che (ri)attivano il disagio o malessere psicologico a cui la pausa estiva può fare da cassa di risonanza:

  • Difficoltà economiche: nel momento in cui aumenta il desiderio di riposo e svago si percepiscono in modo più forte i limiti posti da una condizione economica precaria o comunque discrepante rispetto alle proprie aspettative e desideri. Può capitare di ritrovarsi o sentirsi costretti a non partire per un viaggio tanto desiderato o di avvertire forte il “gap” con il proprio gruppo di amici, o con i propri obiettivi e progetti di sviluppo professionale, etc. Insomma aumenta il senso di frustrazione che può portare con sé sentimenti di inadeguatezza, rabbia e depressione. 
  • Difficoltà relazionali: in estate aumentano virtualmente le occasioni di incontro sociale, il che porta a galla eventuali difficoltà presenti nell’area delle relazioni. Ci si trova più esposti e in condizioni meno strutturate. Questa condizione può essere una dura prova per chi soffre di stati ansiosi, fobia sociale, o grande timidezza e “goffaggine” nelle relazioni. Può capitare di ritrovarsi soli, laddove nella routine, invece, ci sono contesti (quali università, lavoro, palestra) che favoriscono l’incontro con i pari fornendo un contesto condiviso facilitante.
  • Depressione e altri disturbi psichici: a volte il malessere viene coperto o comunque tenuto a un livello “accettabile” dal lavoro e dall’(iper)attività in cui si è immersi nella routine. Quando poi tutto intorno si ferma e magari diminuiscono le risorse relazionali a disposizione (colleghi e persone care che vanno in vacanza, eventuali percorsi terapeutici, assistenziali o riabilitativi che riducono la propria frequenza), come si suol dire con una nota metafora, i nodi vengono al pettine. L’isolamento in cui ci si ritrova può amplificare vissuti depressivi, pensieri paranoici o ossessivi, angosce. Non è raro, infatti, nella mia esperienza, ricevere richieste di inizio di terapia o di intervento domiciliare connotate da una certa “urgenza” proprio a ridosso della pausa estiva. Ci si sente più esposti e a rischio e ci si attiva, per lo più in cerca di un contenimento, di una relazione che possa cioè svolgere questa funzione.
  • Crisi di coppia: se ci sono dei non detti o delle aree delicate nel rapporto di coppia è quasi certo che vengano sollecitate dall’arrivo dell’estate. Decidere la destinazione per le proprie vacanze e come organizzarle chiama in causa tante questioni: bisogna negoziare tenendo conto dei bisogni di tutti i membri della famiglia, muoversi attraverso i vincoli di lealtà che legano i due partners alle proprie famiglie d’origine e agli amici, etc. Inoltre, l’arrivo dell’estate mette la coppia di fronte alla possibilità (e quindi eventuale difficoltà) di dedicarsi un tempo di svago, piacere e cura: un’intimità che può essere un toccasana, a lungo desiderata, oppure…temuta! Ritrovarsi così vicini e lontano dalla routine, se ci sono dei rancori o temi irrisolti, può essere “rischioso”. Non è raro, infatti, che, come si dice con un’espressione scherzosa, le coppie scoppino proprio nel periodo estivo. Inoltre, per quelle separate, l’arrivo delle vacanze spesso riattiva il conflitto sulla gestione dell’affidamento dei figli. Insomma, l’estate non è per la coppia necessariamente sinonimo di relax.
  • Familiare malato: per chi si ritrova ad avere un familiare che sta male (per le più disparate ragioni: problemi psichici, Alzheimer, malattie organiche degenerative oppure oncologiche in stato avanzato) o comunque non autosufficiente perché anziano, l’arrivo dell’estate è un grande stress. Bisogna decidere come gestire la situazione, trovare un equilibrio tra istanze diverse, tutte da ascoltare: il bisogno di assistenza e cura del proprio familiare e quello proprio di relax, i vincoli economici, il senso di colpa, il desiderio di presenza e sostegno. Inoltre, come se non fosse già estremamente complesso posizionarsi tra queste diverse spinte ed elementi, spesso si aggiunge la variabile del conflitto familiare: si discute su chi debba sacrificarsi di più o di meno, possono tornare a galla vecchie storie, differenze di trattamento, gelosie, rivendicazioni…


Insomma, l’arrivo della pausa estiva può essere una grande opportunità di ricarica e cura di sé ma, in alcuni casi, anche un periodo estremamente faticoso e delicato. Per chiuderla con una battuta: a volte ci vorrebbe una vacanza per riprendersi dalla vacanza! Volendo, invece, tornare seri: è comprensibile che, in alcune situazioni, ciò che il periodo estivo porta con sè tocchi corde sensibili della salute psichica della persona e, se ciò avviene e la fatica emotiva che si avverte sembra eccessiva, è utile rivolgersi a un professionista della salute mentale.

Gli studenti del quinto anno delle scuole superiori (e le loro famiglie…) sono alle prese, proprio in questi giorni, con le ultime fatiche di un passaggio importante: la maturità! Si tratta di una fase inevitabilmente carica di molte aspettative ed emozioni (prime fra tutte, ovviamente, la famigerata ansia!…), ma anche di un periodo di mutamenti, slanci e contemporaneamente incertezze e dubbi. Al di là delle differenze individuali, una cosa è abbastanza certa: la maturità è un passaggio che rimane nella memoria di ciascuno, come una sorta di netta linea di confine.

E in effetti, chi non ricorda la propria? Chi non se l’è ritrovata almeno una volta, vuoi o non vuoi, protagonista dei propri sogni (o incubi) notturni?! Chi non ha cantato più volte a squarciagola “Notte prima degli esami" di Venditti o sentito nostalgia nell’ascoltarla?! Chi non la utilizza come riferimento temporale per collocare alcuni eventi di quel periodo nel “prima” o “dopo”?

Una curiosità interessante: dall’anno scolastico 1998/1999 la denominazione corretta e ufficiale per l’esame che conclude il ciclo di studi superiori (fornendo al contempo un lasciapassare per l’Università o per altri corsi specialistici di formazione) sarebbe Esame di Stato…eppure la nota locuzione Esame di Maturità è ancora largamente utilizzata nel linguaggio comune, come a volerne a tutti i costi sottolineare l’indissolubile valore simbolico di passaggio e crescita. Ci si aspetta, insomma, che chi giunge a questo traguardo superandolo sia “maturo”.

Come dire, c’è un tempo per tutto…anche per maturare! Sì, ma…cosa significa essere maturi? Maturi per cosa? E soprattutto, può essere un esame a sancirlo? A questo proposito, io vedo l’esame più come un processo di attraversamento che non come un evento puntiforme (del resto, se ci pensiamo, prevede una preparazione e si articola in diverse “prove”): si tratta di muoversi da una sponda all’altra del fiume, di traghettarla.

In questo movimento emotivo di allontanamento e separazione, la dimensione del tempo è fondamentale: si deve salutare la riva conosciuta del tempo in cui tutto era organizzato e codificato (vedi sistema scolastico) per dirigersi verso quella più inesplorata del tempo delle scelte, delle responsabilità e dell’autorganizzazione. Insomma, in un certo senso “all’improvviso” si chiede al ragazzo neomaggiorenne di sapere chi è e cosa vuole nella vita e di agire adeguatamente di conseguenza. Caspita, tutto questo può fare decisamente paura o disorientare! Può venir voglia di non prendere il traghetto (come capita a chi non viene ammesso agli esami, o al quinto anno…”ma come, proprio quando il più era fatto?!”) o di rimanere fermi e spaesati sulla riva appena raggiunta (ragazzi che, nonostante siano riusciti a diplomarsi, si “bloccano” nel processo di crescita e autonomia subito dopo, con sintomi vari).

Quando si sente che il tempo della maturità non è ancora venuto, che non si ha lo slancio per andare con convinzione ed entusiasmo in una direzione, c’è la possibilità di una saggia e coraggiosa decisione: chiedere tempo al tempo, muoversi in esplorazione. L’etichetta che i ragazzi sono soliti dare a questo scenario è quella di “anno sabbatico”, espressione, a onor del vero, riadattata per l’occasione (dato che propriamente indica un tempo preso all’interno di una carriera lavorativa o universitaria, con l’obiettivo di dedicarsi a una precisa attività o ricerca e studio). Il bisogno che sottende questa decisione è però chiaro: prendersi una pausa, attraversare la crisi della crescita e della richiesta di definizioni acquisendo maggiore sicurezza e consapevolezza, riempire lo zaino di cose utili per il viaggio dell’età adulta. Devo dire che mi capita sempre più spesso di incontrare ragazzi che si trovano in questa fase e che mi chiedono di accompagnarli nell’esplorazione, ossia di rallentare la corsa, guardarsi intorno e attraversare quella che può essere percepita come una fitta nebbia con l’ausilio di un percorso psicologico.

In realtà, fermarsi e interrompere il flusso della rapidità e della routine in cui ci si trova immersi può essere una risorsa in diversi contesti e momenti della propria vita: è ciò che si fa in terapia creando nello spazio protetto della stanza una sorta di “sospensione” del tempo, così come è ciò che si tenta di fare andando in vacanza e “staccando la spina”. Ma soprattutto, non dimentichiamo che il tempo è uno strumento anche a scuola: la ricreazione facilita la socializzazione e consente agli alunni una fase di recupero di energie e concentrazione necessarie a seguire le lezioni; la scansione routinaria della giornata scolastica aiuta l’autoregolazione degli alunni, specie dei più piccoli; la pausa estiva è una ricarica e crea un “luogo” da cui osservarsi a distanza, condizione ideale per far emergere desideri, idee e “buoni propositi”, tanto per gli insegnanti quanto per gli alunni.

Diversi possono essere i “motivi” per cui un ragazzo non si sente pronto a intraprendere una strada precisa dopo la maturità: non c’aveva mai pensato prima, oppure era convintissimo del da farsi ma alla soglia della decisione ha “inspiegabilmente” vacillato, o ancora si sente “tirato” da una parte all’altra e fatica a distinguere le sue aspettative da quelle altrui o a deluderle, etc. In tutti questi casi di “immaturità”, una delle cose più mature da fare è forse proprio prendersi una “pausa esplorativa”, in una sorta di sospensione del tempo, che sembra a volte scorrere senza soluzione di continuità dal passato al futuro rendendo inafferrabile l’unica dimensione realmente tangibile e ricca di possibilità: il presente.

E mi viene in mente il tatuaggio che una ragazza (che mi ha chiesto di affiancarla nel “traghettamento”) ha deciso di farsi proprio in occasione del suo 19esimo compleanno e dell’imminente esame di maturità: una bella clessidra avvolta dalla scritta “catch the time!”….

 

Quali sono le “regole del gioco” in terapia? Chi si rivolge a me, in modo più o meno esplicito, mi pone quasi sempre questa domanda. Effettivamente, tra sentito dire ed elementi estratti da situazioni terapeutiche narrate nei libri o rappresentate sul piccolo e grande schermo, ci si può confondere…Vorrei tentare di dare qui un orientamento, utilizzando come termine di confronto proprio quanto proposto da una serie tv: la versione italiana di “In Treatment”, incentrata sulle vicende dello psicoterapeuta Giovanni Mari.

Due parole sulla serie, per chi non la conoscesse: si tratta di un remake della versione statunitense della HBO In Treatment, a sua volta tratta dal format israeliano “BeTipul” e ha come fulcro narrativo le sedute del dottor Giovanni Mari (interpretato dal bravissimo Sergio Castellitto). Il terapeuta riceve nel suo studio pazienti con diverse problematiche dal lunedì al giovedì e la telecamera sembra semplicemente “documentare” il lavoro terapeutico (tanto che ogni puntata corrisponde a una seduta). Si ha l’impressione, insomma, di assistere dall’interno al fluire dell’incontro. Il venerdì è invece il Dr. Mari a recarsi presso lo studio di una collega, Anna, per la supervisione, alla ricerca di un aiuto per comprendere e maneggiare al meglio le difficoltà incontrate nel lavoro con alcuni pazienti (con un focus particolare sulle connessioni esistenti tra queste difficoltà e gli intrecci della sua vita privata e familiare).

Quanto di ciò che viene proposto rispetto al modo di lavorare in terapia è “realistico”? Ossia il setting presentato è “ortodosso”, corrisponde a ciò che ci si può aspettare di trovare in una terapia vera e propria?

In realtà, non esiste una definizione unica o ufficiale delle “regole del gioco" terapeutico perché diversi sono gli orientamenti teorici di riferimento e i significati che di conseguenza possono essere attribuiti a una serie di variabili e comportamenti.

Ma andiamo per ordine…

 

TEMPO

Quanto dura una seduta?

I colloqui tenuti dal Dr.Mari in “InTreatment” durano circa 25-30 min, ma è facilmente comprensibile come questa deformazione possa essere legate alle esigenze del format televisivo: difatti, sebbene ci sano differenze da terapeuta a terapeuta (soprattutto in virtù dell’approccio teorico di riferimento), nella realtà ogni seduta dura circa un’ora. Per quanto riguarda il mio modo di lavorare, per esempio, gli incontri individuali hanno una durata di 60 min, mentre quelli di coppia/familiari 75 min.

A tale proposito, ritengo che il fatto che in “In Treatment” il colloquio è praticamente condensato in metà tempo possa spiegare, in parte, anche il ritmo sostenuto e l’intensità degli scambi tra paziente e terapeuta: in ogni seduta in un certo senso “accadono” e vengono “restituite” al paziente (attraverso interpretazioni o attribuzioni di senso date ad azioni, parole, silenzi e dinamiche ridondanti) molte più cose di quanto non avvenga in media in un percorso terapeutico vero e proprio, che necessita in genere di un tempo di elaborazione maggiore.

 

Orari e frequenza degli incontri

Ciascun paziente del Dr. Mari ha la sua seduta una volta a settimana, in un giorno e orario fissi (tanto che ogni puntata inizia con questa informazione che fa da titolo, es: “Irene, lunedì ore 8:00”). Questo elemento corrisponde abbastanza bene alla prassi, sebbene anche qui i modelli teorici di riferimento possono introdurre delle varianti (nell’approccio psicoanalitico classico, oramai piuttosto desueto, per esempio, la frequenza è di addirittura 3 volte a settimana). Io lavoro con cadenza settimanale, nel caso di terapie individuali, e quindicinale quando si tratta di coppie o famiglie. E’ molto importante la regolarità degli incontri, sia in termini di frequenza che orario. Questo elemento del setting produce “reazioni” diverse nelle persone, sintetizzabili in due macro-categorie: alcune riescono ad organizzarsi adeguatamente e a “tutelare” sufficientemente il proprio spazio di cura da impegni, imprevisti e intrusioni di vario genere, sono assai contente e sollevate nel sentire che esiste uno spazio stabile e tutto per sé nell’agenda e nella mente del terapeuta, dunque una “luogo” pronto ad accoglierle; altre persone, invece, possono trovare molto faticoso (per motivi pratici e non solo…) riservare a se stesse uno spazio fisso, il che si traduce in frequenti proposte di spostamento delle sedute o disdette, fine ad arrivare alle situazioni in cui c’è come la fantasia che lo psicologo/terapeuta debba rendersi disponibile “a richiesta” piuttosto che collocarsi dentro a un processo e una relazione di scambio in cui ambo le parti si impegnano garantendo la propria presenza, con un importante investimento emotivo e di tempo/denaro. In linea di massima posso dire che, sebbene la flessibilità sia una risorsa da utilizzare in alcune occasioni (ritengo per esempio che non si possa proporre in modo rigido un orario fisso a una persona che lavora su turni, o pretendere che un paziente non partecipi a un’importante riunione extra di lavoro perché si sovrappone all’orario della seduta, se fissata con un minimo di anticipo), la regolarità di frequenza e orario delle sedute è davvero parte fondamentale del processo terapeutico. E’ cioè importante che la persona, con l’aiuto del professionista, possa riuscire a conquistare, tutelare e mantenere il proprio spazio di cura.

 

SPAZIO

Che aspetto e caratteristiche hanno lo studio e la stanza di terapia?

Il Dr. Mari svolge le sue terapie in uno studio che si trova all’interno della casa in cui vive. Sebbene sia dotato di doppia entrata (come spiega a più di un paziente incuriosito), l’ambiente sembra essere molto connotato in termini domestici, si ha cioè proprio l’impressione di trovarsi in un salotto piuttosto che in una stanza di terapia. Questa scelta non è effettivamente così infrequente nella prassi, capita cioè che dei professionisti (per lo più per ragioni di tipo pratico) decidano di adibire una parte della propria abitazione a studio. La cosa che mi sembra in un certo senso opinabile non è la scelta in sé, bensì - nel caso di quanto proposto da “In Treatment” – il rischio di un’eccessiva labilità dei confini casa-studio (per intenderci: lo studio-salotto è comunicante con la cucina di casa e in un paio di occasioni il paziente vi accede, entrando appunto in uno spazio diverso da quello “sacro” della terapia...l’intimità e quotidianità del terapeuta è a portata di mano facendo quasi scivolare la relazione fuori contesto).

Nella realtà, al di là della collocazione, le stanze di terapia possono avere aspetti molto diversi tra loro, a seconda dei gusti personali del terapeuta, del suo approccio, nonché dell’utenza (adulti / bambini; singoli/coppie/famiglie): se nello studio di uno psicanalista classico non mancherà il noto lettino, negli altri è assai comune trovare un piccolo divano (che può essere utilizzato sia per incontri individuali che di coppia) e delle piccole poltroncine o sedie che si prestano ad accogliere con flessibilità persone e situazioni diverse, oppure un piccolo tavolino e tappeto con l’occorrente per i più piccoli. Insomma, difficile stabilire regole in tema di spazio e arredamento. Personalmente preferisco uno stile minimalista e semplice che lasci ampio spazio alle persone e alla relazione.

Inoltre, salvo particolare esigenze di tipo pratico, per tutelare la privacy dei pazienti e per concedermi un tempo di recupero e concentrazione, prevedo una piccola pausa tra un appuntamento e l’altro.

 

RELAZIONE

Ci si dà del “Tu” o del “lei”?

Questa è un’altra frequente domanda che mi viene posta, o in alcuni casi direttamente “agita”: io di regola dò del “lei” (eccezion fatta per gli adolescenti) ed è capitato che qualcuno faticasse ad usarlo e iniziasse a darmi del “tu”, oppure a chiedermi il “favore” di darglielo perché in imbarazzo diversamente. Senza entrare in merito alla valutazione clinica, dico solo che è importante per me comprendere e condividere con la persona il senso di quell’imbarazzo o fatica per poi decidere se “uscire” dalla regola base del “lei” (che nella nostra cultura più facilmente segnala e definisce una relazione in termini professionali, aiutando a distinguerla da quelle familiari e amicali).

In “In treatment” mi sembra che la linea sia più o meno la stessa: il Dr. Mari dà del “tu” ai ragazzini che ha in cura e a una ragazza di 23 anni, dopo sua esplicita richiesta, mentre dà del “lei” a tutti gli altri. I pazienti danno del “lei” al terapeuta.

 

Quali confini deve mantenere il terapeuta nella sua azione?

Questa domanda si può declinare in infinite e a volte parecchio complesse questioni.

Ne prendo in considerazione qui un aspetto: il terapeuta deve necessariamente confinare la sua azione all’interno dello studio e dell’ora della seduta?

Direi che di base assolutamente sì (più o meno per lo stesso motivo per cui è importante la regolarità degli incontri), ma è a volte assai utile uscire da questa regola. Il Dr. Mari, per esempio, decide di accompagnare lui stesso una paziente in ospedale per iniziare la chemioterapia. Non prende però questa decisione guidato dall’impulso, bensì da una precisa valutazione clinica che lo incoraggia ad assumere il “rischio” di questa trasgressione del setting.

Nella stessa ottica è possibile pensare, per esempio, che fare una telefonata al paziente o offrirgli disponibilità a riceverla, in un momento particolarmente delicato, è possibile e sensato. La regola di base è però un’altra: lo scambio terapeutico avviene in seduta, attendere quel momento e riuscire a portare le proprie emozioni e questioni in quello spazio è importante.

Un’altra eccezione, è rappresentata dalla terapia a domicilio: in questo caso il professionista, in base a una precisa e attenta valutazione clinica, decide che è opportuno e utile spostare l’intervento a casa del paziente. Non mi dilungo qui sugli aspetti tecnici e sulle implicazioni in termini di setting, rimandando ad altri e specifici articoli sugli aspetti della psicoterapia a domicilio a Roma.

 

SUPERVISIONE

Ogni terapeuta fa una sua terapia o va in supervisione?

In realtà le due cose (terapia e supervisione) in genere non coincidono, ma vengono confuse dalla gente comune: spesso i pazienti mi chiedono, incuriositi, se è vero che anche i terapeuti (difficilmente la domanda è diretta a me in modo esplicito…) vanno in terapia o se non abbiano bisogno di “scaricarsi” dato che ascoltano per tanto tempo i problemi degli altri!

Diciamo che in genere ogni terapeuta ha fatto o ha in corso una terapia personale: alcune scuole di specializzazione lo prevedono come fase obbligatoria, mentre altre no, ma è comunque estremamente difficile che un terapeuta non attraversi questo passaggio durante la sua formazione. Ciò gli consente di sperimentare sulla propria pelle - nel ruolo di paziente - vissuti, emozioni e dinamiche attivati dalla relazione terapeutica, nonché conoscersi meglio così da affinare in un certo senso il proprio "strumento di lavoro". Cosa diversa è la supervisione (non obbligatoria), ossia un percorso fatto di colloqui (individuali o in gruppo con altri colleghi) in cui il terapeuta condivide con un collega più esperto alcuni casi clinici, alla ricerca di un aiuto per meglio comprendere e risolvere eventuali situazioni di impasse con i propri pazienti. E’ il caso proposto da “In Treatment” in cui le puntate relative al venerdì di supervisione, a mio avviso, hanno il compito e il merito di far comprendere meglio al telespettatore la complessità del lavoro terapeutico (ricco di intrecci e continui rimandi con la propria storia personale) nonché l’umanità e fallibilità del terapeuta che, nei fatti, si trova a compiere diversi “errori” nel suo lavoro, fino ad attraversare una vera e propria crisi professionale.  

Faccio un esempio. A proposito della scelta del Dr. Mari di avere lo studio dentro casa, Anna (suo supervisore) propone al collega una considerazione: sembra che il terapeuta accogliendo all’interno del proprio salotto i pazienti stia esprimendo, in un momento della propria vita personale difficile e di profonda solitudine (a seguito di una dolorosa separazione coniugale) il bisogno di rivitalizzare la propria sfera affettiva e sociale.

 

Dunque, concludendo, direi che “In Treatment” non rispecchia fedelmente la realtà della relazione terapeutica in termini di setting, ma ne dà una rappresentazione accettabile, utile ad orientarsi. Mi sembra che questo sia un buon risultato per una serie tv, per altro ottimamente recitata e accattivante: ho personalmente seguito con estrema curiosità e piacere le diverse storie, trovando anche degli interessanti spunti clinici, nonché raccolto l’entusiasmo di parecchi telespettatori non terapeuti, incuriositi dal (a volte) poco conosciuto mondo “psy”.

Per cui direi che In Treatment non docet, però piace! 

Lo studio della Psicologa Laura Dominijanni a Roma è aperto dal Lunedi' al Sabato. Prenota un appuntamento usando l'apposita sezione Contatti

“Da soli si va più veloci, insieme si va più lontano” (proverbio)

Credo fermamente che una vera integrazione dell’alunno disabile con la classe possa avvenire solo se, specularmente, c'è una altrettanto vera integrazione dell’insegnante di sostegno con il resto del corpo docente (che è poi il concetto di isomorfismo).

Se siete insegnanti o genitori, saprete bene che le classi di oggi sono spesso molto (troppo) numerose e ricche di tante “diversità” e “specialità” che richiederebbero  attenzioni e didattiche personalizzate e inclusive. Non a caso, la recente normativa sui Bisogni Educativi Speciali (DM 27/12/2012) si muove proprio in questa direzione. Il  che si traduce, però, in nuove sfide, specie per gli insegnanti. [...]

 

LEGGI TUTTO L'ARTICOLO PUBBLICATO SUL SITO DELL'ORDINE DEGLI PSICOLOGI DEL LAZIO

 

Uno dei contesti in cui il contributo dello psicologo è sempre più necessario e prezioso è indubbiamente la SCUOLA: luogo affettivo e sociale in cui i ragazzi crescono e vivono oltre che “imparare” e in cui il loro disagio può quindi prendere forma e spazio, ma anche sistema con le proprie regole, obiettivi e organizzazione al cui interno devono trovare collocazione - alla ricerca di un sano e complesso equilibrio - i diversi membri di cui è composta e che le gravitano attorno (alunni, docenti, dirigenti, personale ata, genitori, etc.), nonché istituzione profondamente colpita da anni di politiche disattente.


I possibili livelli di INTERVENTO sono molteplici:

  • individuale (sportelli di ascolto rivolti ad alunni, insegnanti, genitori);
  • gruppo classe (laboratori espressivi, progetti di alfabetizzazione emotiva, integrazione, prevenzione al bullismo, condotte adolescenziali a rischio, etc.);
  • corpo docente (corsi di formazione su comunicazione efficace, didattica inclusiva, psicopedagogia, disturbi dello sviluppo, BES, prevenzione burn-out etc.);
  • gruppo genitori (corsi di formazione su DSA, disturbi dello sviluppo, etc.);
  • sistemico (progetti multi-livello che prevedono cioè un intervento indirizzato a diversi livelli del sistema-scuola, con un focus sulla relazione tra genitori, insegnanti e alunni).

Se pensiamo al disagio presente negli alunni, l’opportunità di intervento a scuola è legata a diversi fattori:

  • innanzitutto c’è un’emergenza importante per quanto riguarda l’incidenza e la pericolosità delle condotte patologiche. Per dare un’idea: l’anoressia-bulimia colpisce circa 200mila ragazze ed è la prima causa di morte nelle adolescenti tra i 12 e i 25 anni, gli incidenti stradali la seconda e gli «agiti autolesivi» la terza (dati Istat); il 16% degli undicenni consuma abitualmente alcol; aumentano gli atti di bullismo a scuola, coinvolgendo un adolescente su cinque (ricerca svolta nell'ambito del progetto comunitario E-Abc Antibullying Campaign).
  • inoltre, molte condotte patologiche e disagi presenti in bambini e ragazzi, nonché gli stessi disturbi dello sviluppo, hanno una forte matrice relazionale e contestuale, per cui è importantissimo agire nella scuola in cui si manifestano e alimentano (e a volte insorgono).


Esiste però anche un sempre più forte disagio degli insegnanti, a volte schiacciati e scoraggiati dalla crescente burocratizzazione del loro ruolo e dalla mancanza di investimenti e riconoscimento sociale, spiazzati dal venir meno del patto di fiducia con le famiglie, in difficoltà nella gestione di classi e alunni “nuovi”, sempre più “interattivi” o portatori di Bisogno Educativi Speciali cui far fronte in modo competente. Insomma, le sfide per gli insegnanti di oggi sono numerose e il possibile contributo di uno psicologo prezioso per:

  • trasformare le spinte oppositive che si generano più o meno consapevolmente (sotto forma di insoddisfazione, passività, atteggiamento critico e distruttivo, creazione di sottogruppi e coalizioni, etc.) attraverso la promozione di senso di appartenenza e collaborazione tra colleghi;
  • allenare le competenze relazionali trasversali (tecniche di comunicazione efficace da “spendere” nella relazione con colleghi, dirigente, alunni, genitori, etc.);
  • fornire strumenti di intervento (tecniche di didattica inclusiva, pedagogia speciale per DSA, etc.) e lettura del contesto e del disagio che diano un senso di autoefficacia agli insegnanti.


C’è anche un disagio dei genitori, nella gestione delle problematiche dei figli e nel rapporto con la scuola, spesso eccessivamente delegata del ruolo educativo e poi attaccata.

Personalmente, in virtù di ciò che vedo quando guardo il mondo della scuola e del tipo di richieste che mi giungono, credo che i progetti multi-livello siano i più efficaci, perché in grado di rispondere alla complessità del sistema, mettendone in relazione i “pezzi”: i genitori devono sì fare gruppo e conoscere più da vicino le problematiche dei figli, ma anche rapportarsi adeguatamente con la scuola, fare squadra con gli insegnanti per proporsi in termini coerenti e affidabili ai ragazzi; gli insegnanti dal canto loro, oltre a superare i sottogruppi tra colleghi e trovare strategie efficaci di gestione della classe, devono riuscire ad aprire una comunicazione più efficace con le famiglie; infine i ragazzi devono trovare uno spazio di crescita e sperimentazione di sé e del gruppo adeguato, in cui le differenze possano venire accolte, sentendo di avere a che fare con adulti affidabili, attenti e partecipi piuttosto che spaventati e difensivamente autoritari. Agire solo su un livello o una parte del sistema è come prendere un antinfiammatorio per un dolore articolare: il sintomo probabilmente si allevierà o passerà del tutto, ma se la sua origine è legata anche a qualcosa di meno localizzato e più sistemico (es.: a una postura scorretta e a un uso insufficiente della muscolatura addominale) è probabile che senza un adeguato allenamento a diversi livelli il problema ricomparirà, magari in un altro punto…

Purtroppo, a fronte di un bisogno crescente dello psicologo a scuola, la sua presenza è lasciata per lo più alla sensibilità e disponibilità dei dirigenti scolastici (che possono attivarsi per finanziarne progetti e iniziative con i fondi per l’autonomia o partecipando a qualche bando regionale, europeo, etc.): in altre parole la figura dello Psicologo Scolastico – diversamente da altri Paesi – in Italia non è prevista come obbligatoria e questo fa sì che la sua presenza sia spesso spot e quindi meno efficace, oppure legata a un’urgenza. E’ facile che in questi casi ci sia una totale “delega all’esperto”, chiamato per risolvere (quasi miracolosamente!) specifiche problematiche: lo psicologo deve analizzare e trasformare tale richiesta per far uscire i committenti (docenti, dirigenti, genitori) dalla posizione passiva in cui si trovano. In altre parole, un cambiamento è possibile solo se c’è una reale disponibilità a mettersi in moto, riprendere potere e responsabilità, rivedere i propri modelli organizzativi e comunicativi lasciandosi guidare dall’”esperto”, il cui ruolo è quello di catalizzatore e non di attore protagonista.


Quando ciò avviene il processo di crescita che si innesca è notevole: ricordo, per esempio, lo stupore e il turbamento di un insegnante che, dopo un role-playing in cui vestiva i panni di un’alunna, riportò forti emozioni di imbarazzo, insicurezza e rabbia “sorprendentemente” vissute durante la simulazione di un’interrogazione difficile. A volte per guardare le cose da un’altra prospettiva (e sentirne quindi poi le emozioni, comprenderne i comportamenti che ne derivano) è necessario cambiare concretamente posizione…per poi tornare alla propria.
Lo psicologo, tra le tante cose, può aiutare a fare questo.

Lo studio della Psicologa Laura Dominijanni a Roma è aperto dal Lunedi' al Sabato. Prenota un appuntamento usando l'apposita sezione Contatti